Comunità Evangelica Luterana di Roma

 

Domenica Misericordias Domini, 5 maggio 2019

 

Predica: Giovanni 10, 11-18

 

 

Un cordiale saluto a tutti voi, cara Comunità, venuti a questo culto di domenica Misericordias Domini. Sono lieto di essere di nuovo tra voi e di celebrare con voi il culto e la Santa Cena. Al centro di questo culto ci sono la grazia e l’attenzione amorevole, la protezione e la provvidenza di Dio verso noi esseri umani, in particolare nelle situazioni di afflizione e pericolo. Perciò questa domenica si chiama così: Misericordias Domini, la Misericordia di Dio.

Uno dei modi più impressionanti con cui la Bibbia ci parla di Dio come nostra protezione e sostegno, nostro aiuto nelle sventure della vita, è l’immagine di Dio come Pastore. Quest’immagine, quindi, è posta anche sulla domenica presente. Prima, abbiamo pregato con le parole del salmo famosissimo, che raffigura Dio come Pastore: il Signore è il mio pastore, nulla mi mancherà. Come un pastore veglia sul suo gregge, così Dio veglia sul suo popolo Israele e su ogni singolo individuo tra noi; provvede a noi; ci custodisce nei pericoli; ci consola quando abbiamo paura; ci assicura che non dobbiamo temere, qualunque cosa possa toccarci. I primi cristiani ripresero da Israele questo modo di parlare di Dio e a Dio. Hanno parlato in questo modo anche di Gesù Cristo, mediante il quale la misericordia e la bontà sono diventate percettibili in modo nuovo: Cristo è il Buon Pastore, che dà la via per i suoi. Fin dagli inizi ci furono sue raffigurazioni pittoriche nelle vesti di Buon Pastore: Cristo con un agnellino inerme sulle spalle è uno dei motivi preferiti dell’iconografia paleocristiana. Nei Musei Vaticani, al Museo Pio Cristiano, ma anche al Museo Laterano, si trovano sculture impressionanti, che raffigurano Cristo che porta una pecora. Cristo, Buon Pastore, è anche uno dei motivi preferiti delle pitture delle catacombe e di altre raffigurazioni di Cristo dei primi secoli. Per i primi cristiani, in quest’immagine si condensava la protezione che si ha presso Cristo, cui potevano affidarsi in vita e in morte. È un’immagine amata, fino ad oggi; perciò l’immagine di Cristo come Buon Pastore è tanto capace di infondere serenità e consolazione.

Cristo come Buon Pastore è anche il tema del testo per la predicazione della domenica odierna. Si trova nel capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, nel grande discorso metaforico su Gesù Buon Pastore.

 

11 Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore. 12 Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, vede venire il lupo, abbandona le pecore e si dà alla fuga (e il lupo le rapisce e disperde), 13 perché è mercenario e non si cura delle pecore. 14 Io sono il buon pastore, e conosco le mie, e le mie conoscono me, 15 come il Padre mi conosce e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16 Ho anche altre pecore, che non sono di quest’ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce, e vi sarà un solo gregge, un solo pastore. 17 Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi. 18 Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest’ordine ho ricevuto dal Padre mio».

 

Questo discorso di Gesù non ammette dubbi: il suo impegno per i suoi è incondizionato; egli non conosce limiti; non si ferma neanche davanti alla morte. Chi appartiene a Gesù può fare affidamento su questa protezione. Come un pastore che non lascia indietro, senza protezione, le sue pecore, quando c’è pericolo e che rischia perfino la propria vita per custodire le pecore dal lupo. È questo che differenzia Gesù dagli altri che non hanno davvero a cuore le pecore: sono solo sorveglianti, che però fuggono quando c’è pericolo, lasciando indietro le pecore, inermi; gente per la quale i propri interessi e la propria vita valgono più di quelli che gli sono affidati e di cui hanno la responsabilità. Sono i pastori falsi, inaffidabili, cui è meglio non essere affidati, quando le cose si fanno serie.

Le immagini di Dio come Buon Pastore che provvede a noi; le immagini di Cristo come Buon Pastore che non ci abbandona inermi nel pericolo, hanno effetto immediato, senza necessità di spiegazioni. In tutti i tempi e in tutti i luoghi, le persone sono rimesse alla protezione e all’attenzione amorevole. La vita è fragile e può riuscire solo se possiamo fare affidamento di non essere soli, quando c’è pericolo, e che non saremo piantati in asso nella nostra impotenza. Beato chi sa di avere intorno di tali persone; beato chi ha un tale Pastore.

 

Il concorso fotografico dell’Unicef aveva, nel 2018, il titolo ”Ogni bambino conta”. La foto vincitrice mostra un bambino del Togo con protesi alle gambe, che ha trovato rifugio in un centro per bambini bisognosi di protezione, situato nel nord del Paese. Per la sua famiglia e per le persone della sua località, a causa della sua menomazione il bambino era un demone malvagio. Ancora più impressionante è la terza classificata: l’immagine mostra il piccolo Muhammed, detto Muhi, in mezzo a due uomini: uno, a destra, più anziano, con una lunga barba bianca e, a sinistra, un giovane uomo, robusto, con una T-shirt a righe. Muhi soffre di una grave malattia autoimmune, a causa della quale hanno dovuto amputargli avambracci e gambe. È seduto, con i suoi monconi che continuano in protesi, su una panca ricoperta di un panno, in mezzo ai due uomini. La foto è stata scattata in una clinica di Tel Aviv. Muhi viene dalla Striscia di Gaza ed arrivato a Tel Aviv per insistenza di sua madre, contro la volontà di suo padre che è un combattente di Hamas, per essere curato. L’uomo più anziano, dai capelli bianchi e dall’abito arabo, è Abu Naim, il nonno di Muhi; quello a sinistra è un pacifista israeliano. Entrambi hanno portato Muhi in ospedale e si curano di lui. Sono i suoi buoni pastori, che non lo lasciano solo, a prescindere da tutti i contrasti politici in Medio Oriente, che coinvolgono direttamente il destino del piccolo Muhi e della sua famiglia.

L’immagine e la storia che racconta penetrano sottopelle. Sorgono domande, quanto più a lungo si riflettere sulla foto. Quali possono essere i sentimenti di Muhi, separato dai genitori, che non possono lasciare la Striscia di Gaza e non hanno potuto portare il figlio a Tel Aviv? Come si sono trovati, il nonno e il pacifista israeliano? Ci sarà una buona terapia per Muhi, all’ospedale di Tel Aviv? Sarà possibile per lui, in giorno, muoversi in modo autonomo? E quale destino attende un bambino così, in una regione continuamente scossa da scontri, in cui ogni uscita per strada può costituire un rischio e in cui spesso non si è sicuri di restare vivi? Quanto è importante, in una tale situazione, avere persone che accolgono chi è bisognoso d’aiuto! Persone che non fanno domande se si ha la nazionalità o la religione giuste, ma che fanno il necessario per creare una vita degna di essere vissuta per coloro che non possono aiutarsi da soli.

 

La vita è vulnerabile. Talvolta, come nel caso del piccolo Muhi, questo è evidente in modo particolarmente drammatico. Proprio in questi casi vale che “Ogni bambino, ogni essere umano conta”. Questa è anche la visione di Gesù, Buon Pastore. Tutti gli esseri umani hanno uguale valore per lui; ha dato la vita per tutti. La resurrezione di Gesù dai morti, che festeggiamo in questo gioioso tempo di Pasqua, pone la nostra vita in una prospettiva nuova. Gesù dà la sua vita e la può riprendere, come dice il testo del Vangelo di Giovanni. Gesù dà la sua vita volontariamente per proteggere e custodire i suoi. Nella sua resurrezione, diventa esperibile il potere di Dio sulla morte. Gesù non è rimasto nella morte: ha vinto la transitorietà, il dolore, l’ambivalenza della nostra vita. Per i primi testimoni, ciò fu arduo da comprendere. Tommaso volle crederci solo a patto di averne dimostrazione visibile, tangibile, potendo afferrare Gesù, potendo toccare le ferite dei chiodi e quelle del costato. Quando Gesù lo incontra effettivamente, Tommaso riesce solo a dire: “Mio Signore e mio Dio”. Non si parla più di toccare, diversamente da molte rappresentazioni figurative, in cui Tommaso tocca le ferite di Gesù. Il Vangelo di Giovanni, in cui si trova quest’episodio, punta invece sulla forza trasformatrice della fede nella resurrezione di Gesù dai mori: beati coloro che non vedono eppure credono, suona la risposta di Gesù a Tommaso. La fede nel fatto che la vita è più forte della morte; la fede che ci sarà salvezza per i nostri dolori e consolazione per le nostre afflizioni: questa grande promessa fonda la fede pasquale, di cui noi cristiani possiamo vivere.

 

In Germania, poco tempo fa, nel mezzo della Quaresima, è stato pubblicato un libro dal titolo provocatorio: “Nessuna morte sul Golgota”. Forse ne avete sentito parlare. L’autore, medievalista di fama, si sforza di provare che Gesù non morì sul Golgota, ma che sopravvisse alla crocifissione e che continuò ad operare anche dopo. Costruisce una teoria medica, secondo cui il colpo di lancia, di cui riferisce il Vangelo giovanneo, non ne avrebbe assicurato la morte, ma avrebbe causato, contro l’intenzione del soldato romano che aveva inferto il colpo, uno sgravio per il corpo, consentendo la sopravvivenza di Gesù.

Il volume, come ci si può aspettare, è stato oggetto di molte critiche. Visto dall’ottica della fede cristiana e del messaggio pasquale, si potrebbe obiettare a simili tentativi soprattutto questo: a prescindere da come stiano le cose riguardo alla teoria biologica, cui si riferisce l’autore, Johannes Fried, resta del tutto incomprensibile il modo in cui si comporta verso il Vangelo giovanneo. La tomba vuota è concepita come fatto storico; la testimonianza della Resurrezione di Gesù, invece, come invenzione o inganno consapevole. Ciò non è stupefacente solo per uno storico, nel suo rapporto con le fonti; questo tralascia completamente il messaggio della Resurrezione di Gesù dai morti e ciò che questo messaggio significa. Il messaggio della Resurrezione non è l’affermazione di un cadavere riportato in vita, ma è la convinzione che la morte è più forte della vita e che Gesù Cristo, dopo la morte in croce, è apparso ai suoi discepoli in forma nuova.

 

Il messaggio di Gesù, Buon Pastore, che dà la propria vita per i suoi, pone la nostra vita su suolo solido. Fonda la nostra vita avversata sull’amore di Dio, che non ci lascia soli, quando siamo oppressi e il nostro cuore si fa pesante. Il messaggio che la nostra vita terrena è avvolta dal potere di Dio su vita e morte ci libera dal dover stipare, nel periodo compreso tra nascita e morte, tutto ciò che ci aspettiamo e che speriamo. Tutto ciò che non è stato ripagato e che non è riuscito; i nostri dolori fisici e psichici; le attese deluse e le speranze inappagate: tutto questo ci è dato saperlo custodito presso Dio, che, in Gesù Cristo, ci ha salvati da peccato e morte. Come Buon Pastore, Gesù si impegna per i suoi fino alla morte; nella Resurrezione, ha vinto la morte. Da allora, dolore, paura e morte non hanno più l’ultima parola. Sono vinti da colui che si è sacrificato per noi, affinché potessimo vivere.

Questa fiducia trasforma la nostra vita radicalmente. Questo è il nocciolo del messaggio di Pasqua. In qualità di amati e redenti di Dio, siamo liberi di trasmettere l’amore di Dio alle persone che hanno bisogno della nostra attenzione amorevoli. Per Muhi, sono suo nonno e il pacifista israeliano sono diventati tali persone. Hanno vinto pregiudizi e confini e hanno posto un segno di condivisione del senso di umanità. Da loro, promana un messaggio che ci raggiunge in un periodo in cui l’Europa viene di nuovo attizzato il risentimento verso persone di religione diversa o di altra opinione politica; in cui la riflessione su apertura, correttezza e misericordia è sempre più emarginata; in cui si costruiscono di nuovo muri e confini ed è di nuovo socialmente accettato che le persone siano discriminate e diffamate.

In una siffatta situazione, in cui, effettivamente, gli atteggiamenti ovvi verso i consimili umani, e proprio verso coloro che sono inermi e bisognosi di protezione, sono messi in discussione, è particolarmente urgente riflettere sulla misericordia di cui noi stessi viviamo e che siamo chiamati a trasmettere agli altri. Gesù, Buon Pastore, ci ha dato quest’esempio con la sua vita. Ha vissuto la sua vita per gli altri; ha preso su di sé la nostra colpa, affinché diventassimo liberi di vivere della grazia di Dio. L’immagine di Gesù come Buon Pastore ha consolato, nei secoli, le persone, dando loro coraggio e fiducia per sussistere e per trasmettere agli altri l’attenzione amorevole sperimentata. Il Signore è il mio pastore, interviene in mio favore; non ho bisogno di temere sventura, perché mi protegge e consola. Di questa certezza possiamo vivere in questo periodo pasquale.

Amen.

 

 

 

Letture >

I Lettura: I Pietro 2, 21-25

 

21 Infatti a questo siete stati chiamati, poiché anche Cristo ha sofferto per voi, lasciandovi un esempio, perché seguiate le sue orme.

22 Egli non commise peccato e nella sua bocca non si è trovato inganno.

23 Oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; soffrendo, non minacciava, ma si rimetteva a colui che giudica giustamente; 24 egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue lividure siete stati guariti. 25 Poiché eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime.

 

II Lettura: Giovanni 10, 11-18

 

  1. testo della predicazione