Predica: Giovanni 2, 1-11

 Tre giorni dopo ci fu un matrimonio in Cana di Galilea, e la madre di Gesù era là. 2 Anche Gesù fu invitato con i suoi discepoli al matrimonio. 3 Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 Gesù le disse: «Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta». 5 Sua madre disse ai servitori: «Fate tutto quel che vi dirà». 6 C’erano là sei recipienti di pietra, del tipo adoperato per la purificazione dei Giudei, i quali contenevano ciascuno due o tre misure. 7 Gesù disse loro: «Riempite d’acqua i recipienti». Ed essi li riempirono fino all’orlo. 8 Poi disse loro: «Adesso attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 Quando il maestro di tavola ebbe assaggiato l’acqua che era diventata vino (egli non ne conosceva la provenienza, ma la sapevano bene i servitori che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: 10 «Ognuno serve prima il vino buono; e quando si è bevuto abbondantemente, il meno buono; tu, invece, hai tenuto il vino buono fino ad ora».
11 Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea, e manifestò la sua gloria, e i suoi discepoli credettero in lui.

 

 

Cari Fratelli e care Sorelle in Gesù Cristo!

È per me una grande gioia e un privilegio poter predicare qui, nella splendida Christuskirche di Roma. Il mio soggiorno qui è legato alla visita annuale a Roma della delegazione ecumenica finlandese, che è connessa con la festa di Sant’Enrico, santo della nazione finlandese.

La buona atmosfera ecumenica in Finlandia è simbolizzata dal fatto che la delegazione, guidata dal vescovo luterano, è composta anche da un vescovo cattolico e da un vescovo ortodosso. C’è anche un coro della mia diocesi. Domani, incontreremo Papa Francesco in udienza privata. Nel corso della settimana, parteciperemo a molti incontri e culti e concerti.

È magnifico, che la nostra delegazione possa cominciare la settimana a Roma con il culto comune con S. Cena qui, nella Christuskirche. Nella vita cristiana, è di grande importanza l’alternarsi di culti domenicali e quotidianità. È importante, nel primo giorno della settimana, la domenica, ascoltare la Parola e, da essa rafforzati, andare verso i compiti e i doveri della nuova settimana lavorativa. È in mezzo alla quotidianità, in famiglia, al lavoro e nel tempo libero, che viviamo la nostra vocazione cristiana.

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Il Vangelo di questa domenica si trova all’inizio del secondo capitolo del Vangelo di Giovanni. Si tratta del primo dei sette segni di Gesù, riferiti dall’evangelista Giovanni. Avviene in una situazione molto importante, secondo la visione umana, vale a dire in occasione di un matrimonio.

Ognuno di noi ha già avuto modo di partecipare a un matrimonio, in grande o in forma ristretta. Sappiamo quanti preparativi richieda da parte degli sposi e delle loro famiglie. Parlo per esperienza personale. Infatti, ho organizzato le nozze delle mie due figlie. Vengono fatti piani; si riflette sulla lista degli invitati; si prenotano la chiesa e il luogo della festa; si prepara il banchetto. Si spera che non piova e che invece il tempo sia perfetto. Nei preparativi per la festa, ci cerca di mettersi al sicuro dalle sorprese, almeno da quelle spiacevoli.

La festa di nozze era, anche ai tempi di Gesù, in Vicino Oriente, un evento, atteso e preparato da molto tempo. Talvolta, i festeggiamenti per le nozze arrivavano a durare addirittura una settimana e, spesso, vi si riunivano tutti gli abitanti del villaggio o della cittadina. Talvolta, veniva invitato un centinaio di ospiti. Si trattava di una festa dell’intera comunità, non era solo un evento per la famiglia o i parenti.

Alle nozze descritte nel Vangelo si è presentata una sorpresa spiacevole, del genere che desidera evitare chiunque organizzi un matrimonio. La situazione è davvero penosa. La festa di nozze è giusto arrivata all’apice e il vino è finito. Posso solo immaginare quali aspri scambi di battute ci siano in cucina, di nascosto dagli ospiti. Di chi è la colpa? Che cosa facciamo, adesso? Come si fa a governare la situazione, senza che ne derivi scandalo? Perché, nel Vicino Oriente, la festa di nozze finiva, di fatto, quando finiva il vino.

Segue una serie di accadimenti che può essere esaminata quasi a livello superficiale e dove si può osservare che cosa avvenga davvero. Inoltre, c’è il livello simbolico e spirituale, che ci dà accesso a significati ancora più profondi.

La madre e i discepoli di Gesù, a differenza degli altri ospiti, si erano accorti dello scandalo che ribolliva dietro le quinte. Benché Gesù non avesse ancora operato alcun miracolo, Maria, istintivamente, confida che egli possa dare aiuto. Perciò, nell’emergenza, si rivolge a Gesù, comunicandogli la propria preoccupazione: «Non hanno più vino», dice mamma Maria.

La risposta di Gesù suona poco gentile: «Che c’è fra me e te, o donna?». Ma non è davvero scortese; il vero significato delle sue parole si chiarisce nella frase che segue. Gesù non voleva ancora finire al centro dell’attenzione: «L’ora mia non è ancora venuta». 

Gesù vuole essere guidato solo dal Padre celeste e compiere le opere di cui Egli lo incarica. Gesù mette in chiaro di non essere un “mago”, che, a richiesta, compie un qualche genere di prodigio. Tutto quel che fa ha un significato più profondo: le sue opere testimoniano di lui, del Padre celeste che lo ha inviato.

Ma, nonostante l’obiezione, Gesù opera un miracolo che salva lo sposo e la sua famiglia dalla vergogna pubblica e la festa di nozze da un fallimento penoso. Gesù trasforma l’acqua in vino, per giunta di ottima qualità. E quindi gli ospiti e il maestro di tavola, ignari della crisi che si era avuta dietro le quinte, ammirano la generosità dello sposo, che ha tenuto in serbo il vino migliore per la fine della festa. L’uso, infatti, era quello opposto: all’inizio si serviva il vino migliore, affinché la prima impressione fosse buona; poi, sarebbe stato sufficiente offrire un vino più andante.

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Naturalmente, possiamo interpretare questo racconto evangelico in molti modi diversi; potrei dire, che potremmo interpretarlo a diversi livelli. Possiamo fissarci ostinatamente su particolari, meravigliandocene. Sulla trasformazione dell’acqua in vino, per esempio. Ma è più essenziale domandarci: qual è il significato di questo primo miracolo di Gesù? È essenziale anche domandarci quale sia il messaggio spirituale del racconto delle nozze di Cana per noi cristiani, nell’anno 2022.

In primo luogo, non è un caso che Gesù sia comparso in pubblico proprio in occasione di un matrimonio. Attira quindi l’attenzione il luogo in cui Gesù ha operato il primo miracolo. Gesù non lo compie in un tempio solenne e nemmeno in una modesta sinagoga. Né compie il suo primo miracolo nel deserto, come il suo predecessore, Giovanni Battista.

No: Gesù comincia la sua attività in mezzo agli esseri umani. Viene dove sono riuniti. Dove vivono la vita, nella gioia e nel dolore. Compie il primo miracolo in mezzo a persone normali, ad una festa di nozze, in un momento in cui sono riuniti famiglia, parenti e persone del circondario.

È di grande rilevanza che Gesù abbia dato seguito all’invito alle nozze. Il messaggio è chiaro: il Salvatore vuole condividere le gioie e le preoccupazioni della vita. Dio è interessato all’andamento della nostra vita, alle feste come alla quotidianità. Viene dove le porte sono aperte. Non aspetta che le persone vengano da lui nel deserto, ma va da loro, in mezzo al ribollire della vita.

Che cosa possiamo apprendere da questo, noi cristiani e comunità di oggi? L’esempio di Gesù è chiaro: non ritiratevi nelle vostre cerchie ristrette, tra le quattro mura della chiesa. Non isolatevi dagli altri, ma recate il messaggio di gioia del Vangelo e l’ideale cristiano dell’amore del prossimo dove le persone vivono la loro vita.

Proprio come Gesù ha voluto dirci col suo esempio: andate dove le persone vivono la loro vita, nella gioia e nel dolore. E specialmente, penso che sia compito del servizio cristiano, vale a dire della diaconia, quello di cercare le persone che sono rimaste sole; che non hanno ricevuto aiuto nelle difficoltà e che non trovano sostegno nella loro sventura.

In secondo luogo, nel Vangelo l’attenzione è orientata al fatto che Gesù viene in soccorso alle persone nelle loro necessità concrete. Gesù avrebbe potuto eseguire un trucco di magia irrilevante o uno show sbalorditivo, per queste persone, al fine di dar prova delle sue capacità sovrannaturali. Ciò non avrebbe risolto il problema effettivo, quello che il vino era finito.

Gesù esprime la sua forza divina in mezzo a questa vita, nelle necessità quotidiane e in atti di amore. Il medesimo concetto si ripete in molti altri racconti dei Vangeli. Quando Gesù incontra qualcuno, spesso gli domanda: “Che cosa vuoi che io ti faccia?”. La forza di Dio viene in mezzo alla vita della gente, nelle preoccupazioni e nei momenti della sua quotidianità.

La fede in Dio non è faccenda sciolta da questa vita e dalle sue necessità concrete. Il racconto delle nozze di Cana ci sfida a riconoscere lo stato di necessità degli altri. Non dobbiamo necessariamente tramutare l’acqua in vino; molti, a questo mondo, sarebbero grati anche solo di avere l’acqua.

Come seguaci di Cristo, possiamo far irradiare la grandezza e la forza di Dio con il nostro personale aiuto pratico. Siamo i suoi piedi, le sue mani, la sua bocca e il suo cuore. Nella diaconia della Chiesa e in ogni atto d’amore si realizza la venuta di Cristo in mezzo alla vita umana.

Amen.

 

II Domenica dopo Epifania – Vescovo J. Keskitalo