Paolo Lòriga
(Caporedattore della rivista Città Nuova)

“Francesco e Gerusalemme”
Comunità evangelica luterana
Roma, 27 marzo 2015

Uno degli effetti più pericolosi del torrente d’informazioni che ci inonda ogni giorno è che tutto viene spazzato via dalle notizie del giorno dopo. Niente più sembra sedimentarsi nella memoria collettiva e, spesso, personale. Finiamo così per perdere il ricordo degli accadimenti e la connessione di causa ed effetto tra fatti successivi.

Può apparire perciò fuori luogo, questa sera, soffermare la nostra attenzione su un avvenimento verificatosi ormai dieci mesi. Certo, l’ambientazione della Terra Santa proietta sempre un fascino suggestivo e il protagonista principale della vicenda – papa Francesco – suscita attenzione o almeno curiosità. Ma perché scrivere un libro che ripercorra le tappe di quella visita (24-26 maggio 2014) con l’intento di coglierne la portata e le prospettive?

La risposta che ho trovato – e che (effetto non marginale) ha convinto l’editore alla pubblicazione – è che il viaggio in Terra Santa ha segnato una svolta nel pontificato di Bergoglio e che ciò che ha detto e fatto in quella visita offre la chiave interpetativa di quello che ha compiuto successivamente sul fronte interno della cattolicità, nel dialogo ecumenico e interreligioso, nel versante politico delle relazioni internazionali e della concezione del bene comune.

Solo avendo cognizione di ciò che è successo a Gerusalemme si coglie il senso profondo dell’incontro in Vaticano con il primate della Comunione anglicana, l’arcivescovo Welby, avvenuto tre settimane dopo il rientro dalla Terra Santa. Parlano del dialogo teologico ma viene sottolineata l’importanza della collaborazione avviata sul fronte del traffico di esseri umani e verso le diverse forme di schiavitù moderna. Istituti religiosi femminili delle due Chiese hanno dato vita ad una rete di azione contro la tratta delle donne.

Il 28 luglio il papa si reca a Caserta a trovare il pastore evangelico Giovanni Traettino, amico di lunga data. Francesco spiega: «Qualcuno sarà stupito: “Ma, il papa è andato dagli evangelici”. Il papa è andato a trovare i fratelli!», segnalando il primato che dà ai rapporti interpersonali e il compito affidato all’amicizia in ogni tipo di dialogo.

Il 24 agosto Bergoglio invia un messaggio al Sinodo della Chiesa valdese-metodista È la prima volta di un papa. «Questo è un fatto di eccezionale spessore spirituale ed ecumenico – dichiara Paolo Naso, noto esponente della comunità -. Francesco ci fa sentire la sua vicinanza spirituale. Come possiamo ancora parlare di autunno dell’ecumenismo? Dobbiamo aprire un capitolo nuovo».

Anche i teologi sono chiamati ad orientarsi alla nuova prospettiva aperta a Gerusalemme. Nella capitale giordana Amman dal 15 al 23 settembre si tiene la tredicesima sessione plenaria della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra Chiesa cattolica e Chiesa ortodossa. Al centro, l’esame della bozza del documento su “Sinodalità e Primato”, ma grande attenzione è posta alla drammatica situazione dell’area, lanciando un appello alla Comunità internazionale affinché sia garantita la continua e vitale presenza della cristianità in Medio Oriente e siano liberati due metropoliti di Aleppo e sacerdoti e religiosi ancora in mano ai rapitori.

Il 21 settembre Bergoglio va in Albania, Paese marginale in Europa, ma strategico nel disegno di Bergoglio. Si tratta del primo viaggio in Europa del suo pontificato. Ma perché proprio lì? La visita è nata, fa presente lui stesso, «dal desiderio di recarmi in un Paese che, dopo essere stato a lungo oppresso da un regime ateo e disumano, sta vivendo un’esperienza di pacifica convivenza tra le sue diverse componenti religiose», spiega. Si tratta di un esempio da additare e di un laboratorio permanente tra cristiani e musulmani da sostenere in questo periodo di derive fondamentaliste. Indicherà: «Ciò che accomuna le varie espressioni religiose, infatti, è il cammino della vita, la buona volontà di fare del bene al prossimo, non rinnegando o sminuendo le rispettive identità».

L’elenco potrebbe continuare. Ma andiamo alle ragioni che hanno mosso e guidato il papa a recarsi in Terra Santa. Wojtyla giunse nella terra natale di Gesù dopo 22 anni di pontificato, Ratzinger ne attese quattro. Francesco ha bruciato le tappe e progettato di recarvisi dopo solo quindici mesi dall’elezione. Sappiamo che gli fu consigliato di attendere un momento meno infelice. La situazione era tesa e bloccata. Anche gli sforzi della diplomazia Usa non avevano trovato soluzioni, né allontanato il pericolo dello scoppio di un conflitto armato. Ma Francesco non si lasciò influenzare. Appare evidente che, nella geografia bergogliana delle periferie del mondo, la Città Santa venga considerata la più emblematica a riassumere ed evocare le coabitazioni senza pace e senza speranza del pianeta. Da qui, una sorta di attrazione fatale. Si tratterà del primo viaggio internazionale del suo pontificato. Quale luogo più adatto per dare valenza civile e respiro planetario alla sua azione pastorale, se non la travagliata Terra Santa? Ma anche un banco di prova della sua visione della Chiesa cattolica e del ruolo di essa nel mondo, che va ben al di là del mandato che i cardinali del Conclave gli avevano affidato nell’eleggerlo quale vescovo di Roma, un mandato da far tremare chiunque: la riforma degli organismi centrali della Chiesa cattolica.

Perché tanta fretta? Perché la situazione in Medio Oriente è esplosiva, perché la diplomazia internazionale è impotente e rassegnata, perché è convinto che solo le religioni in quell’area possono dire e fare qualcosa di determinante, perché Bergoglio stesso vuole fare tesoro della sua lunga collaborazione e dialogo fraterno con ebrei e musulmani a Buenos Aires, tanto da portare con sé al seguito papale (fatto senza precedenti) due amici personali: un rabbino e un dirigente della comunità islamica della capitale argentina. Un motivo in più a giustificare la fretta è il fatto che l’eletto sa di essere avanti negli anni, senza un’ottima salute, senza molto tempo davanti a sé.

Il pellegrinaggio in Terra Santa viene annunciato il 5 gennaio 2014. Lo «scopo principale» è quello di commemorare lo storico incontro tra papa Paolo VI e il patriarca Athenagoras avvenuto 50 anni prima. Parla di un pellegrinaggio di preghiera. Il suggerimento del viaggio gli era arrivato dal patriarca Bartolomeo, che gli aveva prospettato il progetto al termine della Messa di inizio pontificato. Quindi, subito. Forse era già nei desideri di Bergoglio, certamente fa buon gioco la proposta di Bartolomeo. Tanto che il papa – che in apparenza sembra affidare tutte le sue scelte ai segni del momento – inizia a tessere la trama preparatoria con una serie di incontri determinanti.

Seguiamo la sequenza temporale: 48 giorni dopo l’elezione, il 30 aprile 2013, riceve il presidente israeliano Peres, il 17 ottobre il presidente palestinese Abbas, il 2 dicembre il primo ministro israeliano Netanyahu. Nel frattempo, il 25 settembre, Francesco incontra il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, e il patriarca di Antiochia dei maroniti, il card. Béchara Boutros Rai. Con loro, un gruppo di vescovi maroniti venuti da Libano, Siria, Terra Santa e da diversi Paesi dei vari continenti. Il 27 ottobre – dieci giorni dopo l’udienza al palestinese Abbas – il card. Sandri comunica che il 21 novembre si svolgerà in Vaticano un “summit” per la Siria, l’Iraq, la Terra Santa e il Medio Oriente alla presenza del papa, dei patriarchi e degli arcivescovi maggiori delle Chiese orientali. Insomma, lo stato maggiore di quell’area. «Non ci rassegniamo a pensare il Medio Oriente senza i cristiani, che da duemila anni vi confessano il nome di Gesù, inseriti quali cittadini a pieno titolo nella vita sociale, culturale e religiosa delle nazioni a cui appartengono». A tale riguardo, sottolinea che «ogni cattolico ha un debito di riconoscenza verso le Chiese che vivono in quella regione», perché «da esse possiamo, fra il resto, imparare la fatica dell’esercizio quotidiano di spirito ecumenico e interreligioso», a motivo del contesto che le «ha rese interlocutori naturali di altre confessioni e religioni».

Nel frattempo, il 7 settembre, il papa ha indetto per tutta la Chiesa cattolica una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero, alla quale invita ad associarsi anche i fratelli cristiani, gli appartenenti alle altre religioni e gli uomini di buona volontà. La veglia a Roma e le tante nel mondo raggiungeranno lo scopo. L’annunciato intervento militare degli Stati Uniti in Siria non ci sarà. Per Bergoglio, un formidabile effetto della preghiera.

Il pellegrinaggio in Terra Santa incomincia dalla Giordania. Con il re s’è incontrato già alcune volte, anche in preparazione della visita. Per Bergoglio è molto più che un cordiale interlocutore politico e religioso: si può ritenere che lo consideri, in qualche modo, un dono della Provvidenza. Non è più alle prime armi, sta facendo scelte sagge e coraggiose in campo politico e sul versante del dialogo interreligioso, sta svolgendo un ruolo prezioso accogliendo rifugiati dai Paesi circostanti, sta rivestendo nello scacchiere locale un ruolo di crescente influenza. In ultimo, ma tutt’altro che marginale, è da sottolineare un elemento che ne fa la persona giusta al posto giusto: il re è musulmano. Per un pontefice romano un tale sodalizio sembrerebbe un paradosso. Ma non certo per Francesco. Non predilige i potenti, come documentano le sue parole sull’argomento, ma apprezza questo sovrano che, invece di fare vita ostentata e cullarsi nel lusso, opera per il benessere dei suoi sudditi e si prodiga come operatore di pace nella regione. Il re e la Giordania testimoniano alla comunità internazionale una serena convivenza tra fedeli delle diverse religioni e sono impegnati a promuovere il dialogo e a favorire la libertà religiosa.

Incontrando Peres e Netanyahu, Francesco fa presente la necessità di «intraprendere sempre con coraggio e senza stancarsi la via del dialogo, della riconciliazione e della pace. Non ce n’è un’altra». Ribadisce la posizione della Santa Sede, facendo tesoro dell’appello di Benedetto XVI in visita nel 2009. Due i punti: «Sia universalmente riconosciuto che lo Stato d’Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti». Nell’identica logica: «Sia ugualmente riconosciuto che il popolo palestinese ha il diritto ad una patria sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente». Conclusione: «La “soluzione di due Stati” diventi realtà e non rimanga un sogno».

Il farsi pellegrino da parte del papa assume rilevante portata con la visita al Gran Mufti, massima autorità religiosa musulmana di Gerusalemme. «Anche noi vorremmo essere testimoni dell’agire di Dio nel mondo e per questo, proprio in questo nostro incontro, sentiamo risuonare in profondità la chiamata ad essere operatori di pace e di giustizia, ad invocare nella preghiera questi doni e ad apprendere dall’alto la misericordia, la grandezza d’animo, la compassione». Li chiama fratelli, li definisce amici. Lancia «un accorato appello a tutte le persone e le comunità che si riconoscono in Abramo». Ed elenca un programma in quattro punti: «Rispettiamoci ed amiamoci gli uni gli altri come fratelli e sorelle! Impariamo a comprendere il dolore dell’altro! Nessuno strumentalizzi per la violenza il nome di Dio! Lavoriamo insieme per la giustizia e per la pace!». Francesco è mosso dalla convinzione che se le religioni non operano a favore della giustizia e della pace – quale frutto maturo dell’amore tra credenti e verso tutti – risulteranno sempre meno credibili e convincenti per l’uomo d’oggi, che ha espulso Dio dalla vita pubblica e dal proprio orizzonte esistenziale.

Successivamente si reca dai due Gran Rabbini d’Israele. A loro fa presente cosa gli sta più a cuore nel reciproco rapporto. «Non si tratta solamente di stabilire, su di un piano umano, relazioni di reciproco rispetto: siamo chiamati, come cristiani e come ebrei, ad interrogarci in profondità sul significato spirituale del legame che ci unisce. Si tratta di un legame che viene dall’alto, che sorpassa la nostra volontà e che rimane integro, nonostante tutte le difficoltà di rapporti purtroppo vissute nella storia». Il programma che ora propone ripete tre volte un vocabolo, espressione di un auspicato nuovo corso. «Insieme potremo dare un grande contributo per la causa della pace; insieme potremo testimoniare, in un mondo in rapida trasformazione, il significato perenne del piano divino della creazione; insieme potremo contrastare con fermezza ogni forma di antisemitismo e le diverse altre forme di discriminazione».

La scelta di procedere con la formula della visita, tanto in casa musulmana, quanto in quella ebraica, ha un carattere inedito. Non sono perciò mancate perplessità, e pure aperte critiche, a questa parte del programma in Terra Santa. Taluni esperti del dialogo interreligioso, sia sul versante cristiano, sia in ambito ebraico, ne vedevano limiti di fondo e presagivano risultati insignificanti. Avrebbero preferito una sorta di convegno in cui, assieme al papa, i vari esponenti delle tre religioni avrebbero potuto confrontarsi sulle tematiche di maggiore urgenza. L’esperienza continua a consigliare a Francesco che solo se vai incontro all’altro si apre la strada comune e si può procedere assieme guardando nella stessa direzione. Aveva confidato al Gran Mufti un’immagine dai tratti autobiografici. «Un pellegrino è una persona che si fa povera, che si mette in cammino, è protesa verso una meta grande e sospirata, vive della speranza di una promessa ricevuta».

Altro pellegrinaggio è alla tomba vuota, assieme a Bartolomeo, dove la forza della preghiera raggiunge l’apice. Nella Basilica del Santo Sepolcro sono convenuti i rappresentanti di tutta la Cristianità per celebrare i 50 anni dall’abbraccio tra Paolo VI e Athenagoras. Bartolomeo si era espresso con realismo: «Certo, in questi 50 anni non abbiamo raggiunto la piena comunione, che deve essere sempre l’obiettivo ultimo dei fedeli discepoli di Cristo. Abbiamo però imparato a perdonarci gli uni gli altri per gli errori e la diffidenza del passato; e abbiamo compiuto passi importanti verso il riavvicinamento e la riconciliazione».

Nel suo intervento, Bartolomeo affonda lo sguardo sul cuore inquieto dell’umanità di oggi. «Questa tomba sacra ci invita a respingere un altro timore che forse è il più diffuso nella nostra era moderna, vale a dire la paura dell’altro, del diverso, la paura di chi aderisce ad un’altra fede, ad un’altra religione o ad un’altra confessione». Ma quel che reputa un fenomeno ancora peggiore è il fatto che «esse permeano frequentemente persino la vita religiosa delle persone». Le conseguenze sono tristissime. «Il fanatismo religioso minaccia ormai la pace in molte regioni del globo, dove lo stesso dono della vita viene sacrificato sull’altare dell’odio religioso». Il patriarca guarda alla tomba vuota per cercare risposte. «Da essa promana un messaggio urgente e chiaro: amare l’altro, l’altro con le sue differenze, chi segue altre fedi e confessioni. Amarli come fratelli e sorelle».

Gli fa eco Francesco: «Ogni volta che, superati antichi pregiudizi, abbiamo il coraggio di promuovere nuovi rapporti fraterni, noi confessiamo che Cristo è davvero Risorto!». «Ogni volta che pensiamo il futuro della Chiesa a partire dalla sua vocazione all’unità, brilla la luce del mattino di Pasqua!». Bergoglio sa che questo appuntamento ecumenico può risultare uno snodo cruciale. Mette in gioco la sua stessa funzione. Non è una novità assoluta, ma inaspettata è la determinazione con cui rilancia, proprio in quest’incontro, una proposta che ritiene vada attualizzata. «Desidero rinnovare l’auspicio, già espresso dai miei predecessori, di mantenere un dialogo con tutti i fratelli in Cristo per trovare una forma di esercizio del ministero proprio del vescovo di Roma che, in conformità con la sua missione, si apra ad una situazione nuova e possa essere, nel contesto attuale, un servizio di amore e di comunione riconosciuto da tutti».

Indubbiamente ha fretta di vedere una Chiesa un po’ più unita e, di conseguenza, più influente sulle vicende del mondo, anche perché la storia sta correndo e non proprio nella direzione migliore. E al riguardo sottolinea un aspetto non evidente del cammino ecumenico. «Quando cristiani di diverse confessioni si trovano a soffrire insieme, gli uni accanto agli altri, e a prestarsi gli uni gli altri aiuto con carità fraterna, si realizza un ecumenismo della sofferenza, si realizza l’ecumenismo del sangue, che possiede una particolare efficacia non solo per i contesti in cui esso ha luogo, ma, in virtù della comunione dei santi, anche per tutta la Chiesa». Riscontra infatti che «quelli che per odio alla fede uccidono, perseguitano i cristiani, non domandano loro se sono ortodossi o se sono cattolici: sono cristiani. Il sangue cristiano è lo stesso».

Altro che celebrazione del cinquantesimo anniversario con la testa rivolta al passato! La ricorrenza è diventata ciò che i due protagonisti desideravano e che le sfide odierne impongono, ovvero un’occasione solenne e, se si vuole, mediatica per testimoniare l’unità d’anima e d’intenti maturata tra il papa e il patriarca ecumenico. Le Chiese e le comunità cristiane per la prima volta sono riunite in una celebrazione comune pubblica, durante la quale hanno pregato assieme. Dai due interventi si ricava inoltre la comune intenzione di spostare l’asse del cammino ecumenico verso nuove frontiere. Resta il ruolo centrale del dialogo della verità, demandato alle commissioni teologiche, ma assume centralità l’impegno inedito a porsi, come Chiese, maggiormente a servizio dell’uomo, vittima di ingiustizie, crisi economiche, persecuzioni, mancanza di senso, disastri ambientali. La Dichiarazione congiunta costituisce, al riguardo, un documento strategico perché sta ad indicare quanto sia ampia la comune visione di Francesco e di Bartolomeo e sia condiviso l’impegno a operare su temi “mondani”, come si desume dal testo (dialogo teologico, impegno su persona, famiglia, pace, fame, analfabetismo, custodia della creazione, cura delle future generazioni, tutela della fede cristiana in tutti i Paesi, cristiani come paladini del dialogo interreligioso). Il documento risulta infatti un programma di testimonianza evangelica e di azione corale a favore delle popolazioni credenti o meno. I contenuti elaborati ne fanno quasi una piattaforma politica, nel senso alto del termine. Forse anche la progressiva secolarizzazione delle società in cui vivono cattolici e ortodossi non deve essere rimasta estranea alle valutazioni maturate dai due pastori prima della stesura del testo. In buona sostanza, devono essersi detti, o diamo una comune testimonianza di servizio all’uomo liberandolo con il messaggio della Buona Novella o rischiamo di vedere snaturate le nostre Chiese nella loro vocazione originaria, quella di andare e annunciare. In Terra Santa le parole e i gesti di grande impatto e forza simbolica hanno alimentato le speranze di una pace possibile e hanno mostrato che tutti possono contribuirvi con il coraggio del dialogo quotidiano.

Il pomeriggio nei Giardini vaticani in cui viene celebrata l’Invocazione alla pace, avvenimento storico: quanta sintonia spirituale tra tutti! È il sigillo su un viaggio ricco di prospettive. O almeno così sembra. Ma agli estremisti non piacciono tali convergenze e vi si oppongono con rapidità e ferocia. Il 12 giugno tre giovani israeliani vengono rapiti, il 30 sono ritrovati i corpi senza vita. Due giorni dopo, viene sequestrato e ucciso un sedicenne palestinese. L’8 luglio Israele inizia un’operazione militare contro Hamas nella Striscia di Gaza. Il 26 agosto si giunge ad un accordo, ma il bilancio dei morti registra 2.139 palestinesi e 71 israeliani.

Gli arditi sforzi pacificatori di Bergoglio non hanno prodotto effetti. Una costatazione a cui lui stesso dà risposta: «Qualcuno potrebbe pensare che tale incontro (nei Giardini vaticani) sia avvenuto invano. Invece no!», sostiene domenica 13 luglio. A fine agosto, un autorevole osservatore di stanza a Gerusalemme, il padre francescano Pizzaballa, responsabile della Custodia dei Luoghi santi per la Chiesa cattolica, sottolinea che «le immagini dei bombardamenti e dei missili che abbiamo visto, ma soprattutto l’odio profondo che viene alimentato da tutta quella violenza, non devono essere separate da quelle dei due presidenti che, in Vaticano, pregano insieme per la pace. Ci dicono che è possibile. Sono segni posti e la strada è segnata».

Una visione ottimistica e filopapale? Eppure un diplomatico italiano emergente e apprezzato, Pasquale Ferrara, reputa nient’affatto velleitario il tentativo di Francesco. «Il papa ha cercato di cambiare registro rispetto ai tavoli diplomatici. Il punto è che bisogna ammettere il fallimento della politica internazionale. Ha fallito dalla conferenza di Madrid nei primi anni Novanta al processo di Oslo, alla Road map». Ferrara conferma che «il papa ha un altro approccio al problema perché, per lui, la pace nel mondo nasce dagli spiriti. L’idea della preghiera comune serviva a toccare le corde più profonde dell’umanità coinvolta in questo conflitto». «Prima di mettere sul tavolo questioni spinose, come, ad esempio, i confini, la sicurezza, i rifugiati (tutte questioni drammatiche), Bergoglio ha cercato di capire se c’è una disposizione fondamentalmente favorevole alla pace oppure no». Per Ferrara «il gesto del papa non può portare risultati in tempi brevi, perché è un approccio di tipo profetico, ma non è detto che la profezia non abbia il suo spazio».

Nel viaggio in Terra Santa sembra svelarsi più compiutamente, a motivo del drammatico scenario di quell’area, l’obbiettivo strategico che Bergoglio s’è dato nel suo pontificato: avviare nuovi processi. Sa bene, infatti, che la complessità odierna dei fenomeni rende impossibili soluzioni rapide e durature. L’intento della sua azione di pastore, che lancia sfide sul piano religioso e politico, è quello di passare dal conflitto al processo. Rileva infatti il papa che «uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi». La conseguenza di questa logica «porta a diventare matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoffermazione». Ben altra cosa è, per il papa argentino, dare priorità al tempo, che «significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi». L’obbiettivo capitale è quello di «privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici». Sono queste le convinzioni che muovono Bergoglio, impreziosite da un grano di spiritualità che informa il suo modus operandi: «Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci».

Bergoglio avvia processi, ma anche li alimenta. Ne è prova l’incontro in Vaticano sul Medio Oriente dal 2 al 4 ottobre. Arrivano a Roma i sette nunzi apostolici impegnati in quell’area per parlare della situazione dei cristiani con i vertici della Segreteria di Stato. Elemento indicativo di possibili future azioni vaticane è la presenza dei rappresentanti pontifici presso le sedi delle Onu di New York e Ginevra, e presso l’Unione europea.

Settantadue ore dopo il confronto con i nunzi, Bergoglio convoca addirittura un concistoro sul Medio Oriente. Si svolgerà il 20 ottobre. Sono 86 i partecipanti, compresi i cardinali e i patriarchi delle Chiese orientali cattoliche mediorientali. Sull’onda di quanto sperimentato a Gerusalemme, sono evidenziati «i buoni rapporti con le altre confessioni cristiane e in particolare con i patriarchi ortodossi della zona» e «l’importanza del dialogo islamo-cristiano». Un’attenzione particolare, naturalmente, al dialogo interreligioso e interculturale, perché i «leader religiosi ebrei, cristiani e musulmani possono e devono svolgere un ruolo fondamentale per favorire sia i due dialoghi, che l’educazione alla reciproca comprensione».

Un nuovo corso sembra abbia preso avvio. Nel 1986, Giovanni Paolo II, con la convocazione dei leader religiosi del mondo nella città del Poverello, riuscì a ribaltare coordinate millenarie. «Non preghiamo più gli uni contro gli altri, ma gli uni accanto agli altri», fu il suo invito, che generò lo “spirito di Assisi”. Con quella “chiamata”, Wojtyła seppe ridare autorevolezza alla debole forza della preghiera e fu capace di riportare la religione, da tempo condannata a insignificanza storica, al centro della vita pubblica internazionale.

Nelle mutate condizioni, 28 anni dopo, è stato Francesco (con Bartolomeo) a muoversi a Gerusalemme per incontrare gli esponenti delle Chiese cristiane della Terra Santa e vivere una testimonianza di effettiva convergenza verso quel «Che tutti siano una cosa sola» chiesto da Gesù al Padre. Francesco ha poi bussato, da pellegrino, alla porta dei leader religiosi della regione, spinto dalla passione per la pace e dalla certezza di trovare nell’altro un fratello. Infine, ha messo a disposizione la propria casa per fare salire al cielo un’invocazione all’Altissimo in compagnia dei presidenti di due popoli in conflitto. Questo è lo “spirito di Gerusalemme”.

Difficile pronosticargli successi, quando una terza guerra mondiale viene combattuta in varie aree del pianeta tra popoli poveri armati dai Paesi ricchi. Arduo prevedere se lo spirito di Gerusalemme riuscirà a fermare agli avanzanti fenomeni distruttivi del fanatismo ideologico e dell’estremismo religioso. Cosa può fare? Camminare e sperare, hanno affermato il vescovo di Roma e il patriarca ecumenico di Costantinopoli davanti alla tomba vuota. Ovvero, muoversi, incontrarsi, pregare, dialogare, conoscersi e operare insieme, onde sperare la pace per tutti. Un nuovo dinamismo, che va dall’io al noi, e poi dal noi verso tutti. Impresa temeraria. Eppure Gerusalemme ne ha regalato un anticipo durante quei tre giorni in maggio. Forse ha offerto anche un pegno visibile per ricordare nel tempo agli affaticanti viandanti della pace che ciò che è stato possibile tra pochi potrà essere patrimonio di tanti. Lo “spirito di Gerusalemme” sembra sia all’opera. Non occuperà spazi di potere, ma avvierà processi di riconciliazione.

27 Marzo 2015: declamazione “Papa Francesco, Gerusalemme e la preghiera per la pace” von P. Lòriga