Predica: Matteo 8, 5-13

Vale la parola detta!

 

5 Quando Gesù fu entrato in Capernaum, un centurione venne da lui, pregandolo e dicendo: 6 «Signore, il mio servo giace in casa paralitico e soffre moltissimo». 7 Gesù gli disse: «Io verrò e lo guarirò». 8 Ma il centurione rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. 9 Perché anche io sono uomo sottoposto ad altri e ho sotto di me dei soldati; e dico a uno: “Va’”, ed egli va; e a un altro: “Vieni”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo”, ed egli lo fa». 10 Gesù, udito questo, ne restò meravigliato, e disse a quelli che lo seguivano: «Io vi dico in verità che in nessuno, in Israele, ho trovato una fede così grande! 11 E io vi dico che molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abraamo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, 12 ma i figli del regno saranno gettati nelle tenebre di fuori. Là ci sarà pianto e stridor di denti». 13 Gesù disse al centurione: «Va’ e ti sia fatto come hai creduto». E il servitore fu guarito in quella stessa ora.

 

 

Cara Comunità,

anzitutto, desidero ringraziarvi di cuore per il gentile invito a celebrare con voi il culto, oggi. Fin dal 2016, quando fui ospite, per alcune settimane, del Pontificio Collegio, mi sento legato alla vostra comunità. È bello, incontrarsi ogni tanto e poter riallacciare buone esperienze. Se ne riceve un’idea di che cosa significhi essere uniti, oltre i confini dei Paesi, i percorsi, i tempi e le occasioni speciali. Sono molto lieto, oggi, di essere di nuovo qui. Ed ora facciamo quel che si addice a una comunità cristiana, la domenica: tendiamo le orecchie in ascolto di un testo biblico, cercando di collocarci in esso con la nostra storia personale e con la nostra vita, affinché la nostra esistenza nel risulti, per quanto possibile, illuminata da una luce dolce e bella, risultandone arricchita.

 

Il racconto di oggi è come una di quelle statue con cui gli scultori possono fare carriera in Grecia, fino ad oggi. Nella città vecchia di Atene, si possono acquistare ancora di tali sculture. Sono piccole, d’alabastro o di legno; a prima vista, appaiono modeste o bruttine. Come soggetto, un satiro o una brutta faccia. Poi, premendo un piccolo tasto, la statuina si apre, rivelando un’immagine meravigliosa, bellissima: quella di una dea, come Afrodite o Atena. La storia di Matteo, all’inizio, è modesta; è una delle solite storie di guarigioni, che non racconta di una vera guarigione. C’è un incontro fuggevole e da ciò deriva qualcosa di prezioso, se si apre il racconto come una di quelle figurine, prendendosi il tempo di guardarci dentro. E allora, facciamolo!

 

1 La fiducia del centurione nella parola data.

“Di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito!”: così, in modo diretto, parla il soldato. Conta sul potere della parola di Gesù sulle forze della distruzione, e lo fa in un modo che lascia esterrefatti. Lo fa nel modo in cui è abituato nel suo ambiente; secondo questo modello s’immagina l’efficacia dell’azione di Gesù. Se io, oggi, dico al mio sottoposto di andare, va. Anche tu hai potere di dare ordini, quindi di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Talvolta, noi non confidiamo così tanto nella parola e nella parola data. Ci dev’essere una forte fiducia, sullo sfondo, affinché io dia fiducia alla parola di un essere umano, senza che abbia ancora fatto niente per dimostrare la credibilità della sua parola. Fiducia cieca, sulla parola? Non accade spesso. “Non posso porre così in alto la parola; in principio c’è l’azione!”: così, all’incirca, dice il Faust di Goethe.

Ma qui il concetto è completamente diverso. “Il mondo prende a cantare, se indovini l’incantesimo!” Anche nella fiaba di Tremotino si vede quale potere abbiano le parole. Tremotino, che teme il potere della parola e si sente a suo agio finché non viene pronunciata la formula magica. Talvolta, aneliamo a una parola che ci raddrizzi o con cui noi possiamo mettere gli altri in condizione di star dritti. Essere al letto di malattia, non poter dire nulla davanti a una diagnosi sconvolgente, ma volerlo fare: ci sono volte in cui lottiamo per una parola. Talvolta, ci manca la parola giusta al momento giusto. Il centurione ha fiducia che questo Gesù possa farlo: dire una parola risolutiva, scacciare le potenze del male, porre fine a una paralisi. È questo ciò di cui si parla: della vittoria salutare sulla paralisi di una persona.

 

Il narratore, che descrive magistralmente l’incontro tra il centurione e Gesù, tra un uomo abituato a impartire ordini e il suo Dio, sa che una paralisi può opprimere una persona. Le paralisi sono peggiori delle fratture delle gambe o delle braccia. Le paralisi apportano paure e rodono l’anima. Ah, quante paralisi ci sono, che avrebbero bisogno di essere risolte! Da una parola liberatrice. Sappiamo, nella nostra società moderna, molto su forze guaritrici, sull’arte della medicina. Malattie davanti alle quali le generazioni precedenti erano inermi, possono oggi essere guarite dall’arte dei medici. Ogni medico, uomo o donna, sa però anche che le paralisi dell’anima sono ben più difficili da guarire. Quanto spesso agogniamo noi a questo: a fiducia e a fede, che oltretutto in greco sono espressi dal medesimo termine, e vi rinunciamo. Poter vincere paralisi e oppressioni è troppo spesso più difficile che sopportare la frattura di una gamba. Vista da fuori, una tale salda fede è un dono misterioso; di per sé è forza liberatrice che opera in modo inspiegabile, quando la sperimento.

 

(Qui segue un breve racconto etiope)

 

Una fede come quella che è espressa dal centurione può davvero spostare le montagne. Queste parole, dette dal centurione, hanno operato in modo incisivo, caratterizzante fin dentro la liturgia cattolica e quella luterana: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e la mia anima sarà guarita.” Così dicono cristiani cattolici ed evangelici, da quando quel centurione parlò così a Cafarnao; lo dicono prima di andare a prendere il dono del pane nella Santa Cena. Queste parole sono diventate preghiera basilare di tutti i cristiani.

 

2 Una fede semplice che ci sfida.

Il centurione non è un atleta dalle alte prestazioni, in materia di fede. È abituato a pensare ai problemi. Non che sia innamorato dei problemi, come taluni dicono a proposito di noi protestanti, ma piuttosto in modo da trovare soluzioni ai problemi. Probabilmente, le ha già provate tutte. Accenna a questo fatto. Ha consultato medici bravi, ha parlato con la cassa malattie delle misure terapeutiche. Ora, crede in Gesù e nelle sue possibilità. Non fornisce i motivi di questa fiducia; la prova e basta. Parla della malattia di suo figlio o del suo servo come se fosse una sventura propria. Ed è certo che Gesù possa fare qualcosa per contrastarla. Non vuole piegare le ginocchia davanti alla malattia, rispetto alla quale gli esperti, uomini e donne, si sono dimostrati impotenti. Mi è simpatico, quest’uomo. Non è presuntuoso; non è prigioniero di quella falsa modestia che gl’impedirebbe perfino di parlare. È secco, corretto, conciso come quando è in servizio.

 

All’offerta di Gesù di fargli visita, risponde in modo gentile: non devi per forza contaminarti; è sufficiente una parola di comando. È totalmente concentrato su Gesù. Non è neanche orgoglioso dei suoi dubbi o della sua diversità. È disposto a mettere alla prova questa fiducia e a farsi mettere alla prova. La sua fede è come la scommessa di Blaise Pascal. Pensando ai dubbiosi, Pascal ha scritto come pure si potrebbe considerare la questione della fede in Dio. Proporsi di credere in Dio è come intervenire in un gioco. “Soppesiamo perdita e vincita. Se punti sulla fede in Dio, cui nulla è impossibile, vinci tutto, se credi. Se perdi, perché non esiste, non perdi niente. Quindi la ragione ti dice: punta e credi!”. La fede è come un intervento razionale in un gioco. Questa prospettiva, lo sento, ci è diventata estranea, da quando Blaise Pascal l’ha esposta. Siamo piuttosto in tempi in cui valgono solo prove convincenti e solide. Il centurione si comporta come secondo la scommessa di Pascal. È una fede molto adulta, quella che il centurione dimostra qui. In contesti moderni, si ritrova anche in Albert Camus, quando descrive l’atteggiamento esistenziale dell’essere umano che cerca giustizia come i momenti di felicità di un Sisifo. Di una persona che accetta l’assurdità e il mistero della vita e tuttavia, ogni giorno, esce lieto per fare il suo lavoro, di cui stenta a riconoscere e descrivere il profitto che resta.

 

Vorrei ora parlarvi brevemente di Sarah Huolainen. La incontrai a Kabul nel 2015. Si era dedicata all’impegno in favore delle ragazze di Kabul. Mi descrisse il suo lavoro in modo entusiasta, piena della passione di consentire l’istruzione a ragazze, contro la tradizione del Paese, contro la resistenza dei padri. Lavorava sapendo che, forse, il suo lavoro poteva essere vano, ma che aveva e conservava senso in sé. Pers questo lavoro ne aveva lasciato uno sicuro a Helsinki. Non sapeva dire se era pia. Ma la sua fede era desta in lei e la costringeva a volerlo fare, non come vittima, ma come una che ha un compito cui non si può sottrarre. Come in una scommessa: vediamo un po’ che cosa ne viene.

 

3 La fede non ha né premesse né limiti culturali.

In due passi del Nuovo Testamento si dice che Gesù si meravigliò. Avviene in questo passo e in quello in cui viene cacciato da Nazareth. Nel passo presente, si meraviglia per la fede sincera e la fiducia di un uomo che si pone da estraneo verso la religione ebraica e le priorità rituali ebraiche. Di questi tempi, io mi meraviglio per l’interesse verso il cristianesimo da parte di persone che non si sentono legate alla loro Chiesa o che si sono allontanate dalla Chiesa. Fa parte assolutamente del protestantesimo, confidare che lo Spirito di Cristo non manchi di operare il suo effetto non solo all’interno delle mura della Chiesa, ma anche, talvolta, fuori e molto lontano da essi. L’unico criterio per la partecipazione al regno di Dio è la relazione con Gesù Cristo e lo Spirito che egli ha portato nel mondo. Una vastità da dire e da pubblicizzare, per tutte le persone di buona volontà.

 

Similmente, il centurione di Cafarnao si fa benvolere da noi. Come qualcuno che è determinato a non pensare a se stesso come sotto il potere di un destino oscuro, ma che è determinato ad affidarsi al Signore personale. A questo è determinato. Questo lo sostiene e lo ricolma di un’enorme forza vitale e gioia di vivere. Se solo ho te, Figlio di Dio, non m’importa più di cielo e terra!

Adesso, in effetti si dovrebbe far scorgere, nella vita e nell’opera di Gesù di Nazareth, perché è salutare e bello restare attaccati a lui e alla sua vita, confidando in lui, durante l’intera vita e al momento della morte. Questa sarebbe una nuova predica; ma il mio tempo, per oggi, è finito.

Se vorrete invitarmi ancora, continuerei, ripartendo da questo punto.

Concludo con una strofa di un inno ben noto di Matthias Claudius, vergato a Bückeburg:

“Dio, fa’, per la salvezza, che né in fuggevolezza né in vanità fidiam. E semplici nel cuore, davanti a te, Signore, fanciulli grati fa’ che siam.”

Amen.

III Domenica dopo Epifania – Vescovo Dr. Manzke