Predica: Efesini 3, 1-7

Cara Comunità, auguro a tutti voi, di cuore, un lieto e benedetto anno 2020. Vi auguro di avere molti incontri con persone importanti per voi e di cui vi piace la compagnia. Vi auguro fiducia e gioia e di attingere forza, dalla fede in Dio e in Gesù Cristo, per padroneggiare la vostra vita, con tutte le sue parti belle, ma anche con quelle che rappresentano delle sfide e che rendono d’umore pensieroso o triste.

È una grande gioia, per me, celebrare il culto con voi, all’inizio di quest’anno. Sono lieto di collaborare con Michael Jonas a dare forma a questo servizio divino e di avere l’occasione di stare ancora una volta su questo pulpito. Per me, è un ulteriore bel segno del nostro legame, e di questo sono grato.

Consentitemi di cominciare la predica di oggi con una nota personale. Nella mia penultima predica, per la festa dell’Arcangelo Michele, il 29 settembre 2019, in questa chiesa, avevo detto che mia madre era ricoverata in una struttura sanitaria, dove trascorreva le ultime settimane di vita. Molti di voi, dopo questa predica, mi domandarono notizie e detto parole d’incoraggiamento per il cammino, e lo stesso accadde dopo il culto successivo, quello del 3 novembre. Mia madre è morta l’8 novembre scorso; ero qui, a Roma, e tornai immediatamente a Berlino, col primo volo della mattina, per essere con la mia famiglia. Abbiamo sepolto mia madre il 19 novembre. Nel mio discorso funebre, ho parlato della certezza che niente può separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù. Paolo scrive di questo nella Lettera ai Romani, testo biblico della mia allocuzione per i funerali. Mia madre, per tutta la vita, attinse forza e fiducia dalla certezza di essere protetta nell’amore di Dio; questa certezza l’ha accompagnata anche nei suoi ultimi giorni. Vi ringrazio sentitamente per la vostra partecipazione e il vostro accompagnamento in queste settimane che, come potete immaginare, non sono sempre state facili per noi.

 

Come cristiani, sappiamo che niente può separarci dall’amore di Dio, che è apparso in Gesù Cristo. Questa è la promessa che abbiamo da Dio e che, in Gesù Cristo, ci è venuta vicinissima. Paolo ha annunciato questa certezza alle sue comunità e, dopo, l’ha approfondita ancora nelle sue lettere. Nel farlo, ha annesso particolare valore al fatto che il Vangelo di Gesù Cristo è un messaggio di salvezza e soccorso che vale per tutti gli esseri umani, a prescindere da dove vengano, quale sia il loro ceto sociale o a quale religione appartengano. Era cosa provocante già ai tempi di Paolo ed è una sfida ancora oggi.

Con il suo annuncio del Vangelo, Paolo, in pochi anni, aveva fondato tutta una serie di comunità, nel Mediterraneo. Il suo impegno fu senza posa; era sempre in cammino per la causa del Vangelo. Visitò diverse città: Filippi, Corinto, Atene; infine, arrivò a Roma. E riuscì a convincere le persone a costituire comunità al cui centro c’era la fede in Gesù Cristo; persone che s’incontravano per ascoltare insieme la Parola di Dio e per celebrare insieme la Santa Cena; persone che, nella vita quotidiana, vivevano secondo il Vangelo, così come Paolo l’aveva insegnato. L’invito a entrare nella comunione dei credenti era rivolto a tutti: a benestanti e nullatenenti, a personaggi influenti e a signori nessuno, a uomini e donne, a dotti e semplici. E, ciò che era particolarmente insolito ai tempi di Paolo, l’invito non era rivolto solo agli ebrei, come ci si sarebbe potuti aspettare, dato che Paolo stesso era ebreo e che spiegava la fede in Gesù Cristo sempre ricorrendo agli scritti d’Israele, che noi cristiani, oggi, chiamiamo “Antico Testamento”. Il fatto che i cristiani non siano ebrei oggi può risultarci meno spettacolare. Al tempo di Paolo, non era per nulla così. Il fatto che alla comunità di Gesù Cristo dovessero appartenere anche coloro che, fino a quel momento, non avevano creduto nel Dio d’Israele, era assolutamente insolito e destò scandalo e obiezioni. Ma Paolo insistette sul fatto che la comunità cristiana è una comunità aperta. Il messaggio di salvezza di Dio vale per tutti; quest’eredità la dobbiamo soprattutto all’opera di Paolo e alla sua teologia.

Dopo la morte di Paolo, i suoi allievi ne continuarono l’opera. Rifletterono sul suo annuncio e lo adattarono a situazioni nuove. I successori di Paolo scrissero lettere sotto il nome di Paolo, che non sono di suo pugno. Tra queste, la Lettera agli Efesini del Nuovo Testamento. Questa lettera, in effetti, è piuttosto una trattazione, effettuata da un allievo dotto di Paolo, su un tema centrale: la Chiesa. Sono molte, le questioni che occupano l’estensore e che, da allora, non hanno perduto nulla della loro rilevanza: che cos’è la Chiesa cristiana? A che cosa si orienta? Quali sono i principi in base ai quali vive? E, soprattutto: chi ne fa parte? All’epoca della redazione della lettera agli Efesini, verso la fine del I sec., questa domanda era urgente. I pagani ne facevano parte così, semplicemente, senza differenze rispetto agli ebrei? Ma allora che cosa ne è dello status speciale d’Israele, di popolo eletto di Dio? Come può vivere una comunione di ebrei e non-ebrei? A che cosa deve orientarsi? Come celebreranno il culto insieme, se si attengono a regole differenti? Com’è il rapporto tra Chiesa e società non-cristiana?

 

Queste e altre domande restavano aperte ancora dopo la morte di Paolo. Dovevano trovare risposta, affinché la Chiesa potesse vivere nella società non-cristiana; affinché la Chiesa potesse avere un ordinamento e potesse richiamarsi ad una tradizione. L’estensore della Lettera agli Efesini era interessato alla questione di come la Chiesa, composta di persone affatto diverse, possa ciò nonostante essere una sola comunità; comunità in cui le differenze di origine, ceto sociale e censo non valgono più; comunità cui possono appartenere tutti, perché la promessa di Dio in Gesù Cristo vale per tutti.

Nel testo della predicazione di oggi, Festa dell’Epifania, si legge:

 

1 Per questo motivo io, Paolo, il prigioniero di Cristo Gesù per voi stranieri… 2 Senza dubbio avete udito parlare della dispensazione della grazia di Dio affidatami per voi; 3 come per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero, di cui più sopra vi ho scritto in poche parole; 4 leggendole, potrete capire la conoscenza che io ho del mistero di Cristo. 5 Nelle altre epoche non fu concesso ai figli degli uomini di conoscere questo mistero, così come ora, per mezzo dello Spirito, è stato rivelato ai santi apostoli e profeti di lui; 6 vale a dire che gli stranieri sono eredi con noi, membra con noi di un medesimo corpo e con noi partecipi della promessa fatta in Cristo Gesù mediante il vangelo, 7 di cui io sono diventato servitore secondo il dono della grazia di Dio a me concessa in virtù della sua potenza.

 

Si parla di un “mistero“, perché non era per niente ovvio ciò che il redattore della lettera doveva comunicare nel nome di Paolo. I pagani dovevano aver parte alle promesse di Dio nello stesso modo, co-eredi e com-partecipi “membra del medesimo corpo”, come si esprime il redattore, con un termine sui generis. Non ci saranno più stranieri, né si sentiranno cittadini di serie B; avranno gli stessi diritti, in tutto e per tutto. Questo nuovo ordine fu tutt’altro che ovvio.

La Lettera agli Efesini incita e incoraggia noi, la nostra comunità, la nostra Chiesa, il nostro personale essere cristiani a vivere in modo che altri si sentano invitati. Una comunione dev’essere una Chiesa in cui si superano i confini e nessuno si sente escluso. Nella Festa dell’Epifania, questo messaggio si trova al centro: la luce, venuta nel mondo con la manifestazione di Gesù Cristo, splende per tutti gli esseri umani. Allora, per i primi cristiani, voleva dire: splende per ebrei e pagani, per schiavi e liberi, per ricchi e poveri. Oggi, possiamo dire: splende per i cristiani e i non-cristiani, per i ben sistemati e gli emarginati, per quelli che si trovano dal lato assolato della vita e per quelli che stanno al buio. All’Epifania, guardiamo oltre la nascita di Gesù e guardiamo a ciò che tale nascita ha avuto operato nel nostro mondo e che ancora oggi opererà.

Allora, narra il Vangelo di Matteo, i Saggi venuti da Oriente si misero in cammino perché avevano visto una stella che annunciava loro la nascita del nuovo Re dei Giudei. Lasciarono tutto e partirono per rendere omaggio a questo Re. La nascita di Gesù irradiava luce già allora, oltre i confini di Betlemme. Raggiunse allora e raggiunge oggi persone in altri Paesi; non si ferma davanti a confini culturali e linguistici; si rivolge anche e proprio a coloro cui, altrimenti, non bada nessuno.

All’inizio di un nuovo anno, la Bibbia ci sprona: non riposate sugli allori; non arroccatevi nel piccolo, comodo spazio della vostra fede, dove incontrate solo quelli con cui siete d’accordo. Andate fuori; rischiate, andando, con la vostra fede, dalle persone nelle strade e nelle piazze di questa città; andate dai bisognosi, dai poveri, dalle persone che sono tristi e disperate. Prestate attenzione a coloro che si trovano accanto a voi; non trattate con indifferenza chi ha bisogno di una parola di conforto.

Questo messaggio ci coglie oggi all’inizio di un nuovo anno, periodo in cui si di nuovo all’ordine del giorno emarginazione, disprezzo e discorsi d’odio. I partiti di destra hanno acquisito influsso in molti Paesi d’Europa, anche qui in Italia e anche in Germania. È diventato normale, come tono di conversazione, diffamarsi e oltraggiarsi nei forum in internet; conta solo la propria opinione, gli altri modi di vedere vengono calunniati. La ricerca comune della verità non è più popolare. Il rischio che molti vivano solo nella bolla delle proprie convinzioni è, per contro, molto grande.

La Lettera agli Efesini ci mette su un’altra traccia. Nella triade impressionante dell’essere “coeredi, membra dello stesso corpo, compartecipi“, essa mira al centro. Essere coinvolti è il contrario dell’emarginazione. Diventare parte di una comunione, in cui i criteri per il rapporto tra i suoi membri dono attenzione per gli altri, amore e rispetto: così suona l’offerta che noi, come cristiani, possiamo e dobbiamo fare alle persone. La fede cristiana rende così il mondo più gentile e luminoso. Insieme, possiamo cambiare il mondo in meglio, se non mettiamo in primo piano ciò che divide e discrimina, ma poniamo invece ciò che è comune e che unisce. Così, la pace di Dio, di cui parla il messaggio di Natale, può fare ingresso nel mondo: pace in terra agli uomini ch’egli gradisce.

Naturalmente, si può subito obiettare: dov’è mai questa pace? Viene annunciata da 2000 anni, ma se ne vede davvero poca. Non ci sono forse guerra e violenza? Guardate tutta il dolore, il risentimento e la brama meschina di vantaggi: dov’è la pace di Dio per questo mondo? Le Chiese sono patrocinatrici credibili del messaggio di Dio per tutti gli esseri umani? Annunciano in modo autentico il mistero, ora diventato visibile, dell’amore di Dio per questo mondo? Non sono forse, le Chiese, avviluppate esse stesse negli scandali grandi e piccoli che scuotono regolarmente il mondo, dagli affari finanziari torbidi, passando per la morale sessuale inibita e i gesti autoritari per finire con ridicole lotte per ottenere cariche? Nel Vangelo non è forse detto “tra voi non andrà come nel mondo. chiunque vorrà essere grande tra di voi, sarà vostro servitore”? L’umanazione di Dio, di cui parla il Vangelo, non ha forse posto fine ai criteri di potere e oppressione, ribaltando le cose così da portare in alto ciò che era più in basso di tutti?

Sì, tutto questo è giusto non sarebbe degno della Chiesa di Gesù Cristo, se negasse le proprie mancanze, se volessimo contestare che continuiamo a restare indietro, rispetto al grande messaggio che risuona nel mondo a Natale. Ma si può ascoltare questo messaggio anche in modo diverso di quello della storia del grande fallimento della Chiesa per la sconvolgente ambizione del Vangelo. S può ascoltare questo messaggio anche come promessa di perdono della colpa e di nuovo inizio. Si può ascoltarlo come annuncio rivoluzionario di un diverso ordine dei valori. Non dev’essere più così, dice questo messaggio, che potere e denaro governino il mondo. Ci saranno persone, dice questo messaggio, che non si accontenteranno del fatto che persone vecchie e malate non abbiamo un posto degno nella nostra società; persone che si impegnano affinché il creato di Dio non continui ad essere sfruttato fino allo stremo da uno stile di vita irrispettoso e dal consumismo sfrenato; persone che intervengono, affinché l’Europa non reagisca ai milioni di rifugiati rinforzano i propri confini, ma sia consapevole del fatto che il senso di umanità di una società si vede da come agisce nei confronti dei deboli e dei bisognosi.

Da quando il messaggio del Vangelo, il messaggio dell’amore di Dio, rivolto a tutti gli esseri umani, è nel mondo, non si può più metterlo a tacere. Le promesse di Dio per il suo popolo Israele continuano a valere per tutta l’umanità. La salvezza di Dio è promessa a tutti. Questo messaggio è rivoluzionario, allora come oggi.

Da quando il messaggio del Vangelo è nel mondo, ha sempre di nuovo fatto muovere le persone, dandogli forza e coraggio per non accontentarsi delle ingiustizie; per alzarsi in piedi, quando viene lese la dignità umana. Sì, è vero: da quando il messaggio del Vangelo è nel mondo, molte cose sono cambiate. Dalla venuta di Gesù Cristo, il mondo è toccato dalla magia dell’amore di Dio per questo mondo. Questo conferisce speranza e fiducia, anche nell’anno 2020.

Amen.