Predica: Matteo 20, 1-16a

1 «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa, il quale uscì di mattino presto per assumere dei lavoratori per la sua vigna. 2 Accordatosi con i lavoratori per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna. 3 Uscito di nuovo verso l’ora terza, ne vide altri che se ne stavano sulla piazza disoccupati 4 e disse loro: “Andate anche voi nella vigna e vi darò quello che è giusto”. Ed essi andarono. 5 Poi, uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece lo stesso. 6 Uscito verso l’undicesima, ne trovò degli altri che se ne stavano là e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno inoperosi?” 7 Essi gli dissero: “Perché nessuno ci ha assunti”. Egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. 8 Fattosi sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, cominciando dagli ultimi fino ai primi”. 9 Allora vennero quelli dell’undicesima ora e ricevettero un denaro ciascuno. 10 Venuti i primi, pensavano di ricevere di più; ma ebbero anch’essi un denaro per ciascuno. 11 Perciò, nel riceverlo, mormoravano contro il padrone di casa dicendo: 12 “Questi ultimi hanno fatto un’ora sola e tu li hai trattati come noi che abbiamo sopportato il peso della giornata e sofferto il caldo”. 13 Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, non ti faccio alcun torto; non ti sei accordato con me per un denaro? 14 Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare a quest’ultimo quanto a te. 15 Non mi è lecito fare del mio ciò che voglio? O vedi tu di mal occhio che io sia buono?” 16 Così gli ultimi saranno primi e i primi ultimi».

Cara Comunità!
Nella mia patria sveva, c’è un quadro famoso, d’ispirazione protestante, che intende favorire la meditazione.
È opera di Charlotte Reihlen, moglie dell’agiato produttore di zucchero di Stoccarda, che lo pubblicò nel 1867.

Il quadro era molto diffuso nei circoli pietisti del Württemberg.
Veniva regalato in occasione di matrimoni ed era appeso in molte case. Ma divenne noto anche oltre i confini del Württemberg, portato da missionari evangelici nei nuovi territori di attività.
Il quadro s’intitola “La via stretta e la via larga”. Non so se lo conosciate.

In primo piano, c’è un muro con due porte.
La porta a sinistra è spalancata; dietro di essa, una via larga, interessante guida in alto. È molto animata; è affollata di locande e case da gioco. Al termine, conduce a un incendio, in cui collassa la città di Babilonia.

A destra, si scorge un adito stretto, basso. La via è stretta e ripida; ha molti gradini e curve; vi si vedono pochi individui sparsi. La via si dipana tra il Crocifisso e la chiesa, passando davanti alla scuola domenicale, al centro per l’assistenza ai minori e alla casa delle diaconesse. Alla fine, in cima a un sentiero di montagna, risplende la Gerusalemme celeste.

Abbiamo davanti agli occhi due vie; ogni osservatore è spontaneamente interpellato a decidere quale via prendere.
Se la via larga, sulla quale c’è un invitante cartello di benvenuto, oppure la porta stretta.
Su quest’ultima si trovano parole del Vangelo di Matteo (7,13-14):
“Entrate per la porta stretta,
poiché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione,
e molti sono quelli che entrano per essa.
Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita,
e pochi sono quelli che la trovano!”

Benissimo, il messaggio è chiaro.
E ci è chiaro anche quel che viene comunicato ai giovani che abbiamo visto questo quadro ogni giorno, a scuola, o che lo abbiano ricevuto in dono per le nozze: decidete subito dove debba finire la vostra vita: se all’inferno o in cielo. Decidete quale via volete prendere: la vita mondana nel piacere o la vita della fede, netta e piena di abnegazione.

Ma, per quanto il quadro possa apparirci rigido e spietato, non è così. In più punti, infatti, ci sono ponti che superano il baratro profondo che divide le due vie. Sussiste, quindi, la possibilità di passare dalla via della perdizione alla giusta via.

E così, a scuola ragazzi sagaci hanno già detto:
la cosa migliore è restare sulla via larga, piena di piaceri, quanto più a lungo possibile, prendendo tutto ciò che c’è e poi, proprio alla fine, prendere l’ultimo ponte disponibili e arrivare di sicuro in cielo.
Una vita piena di divertimenti, senza limiti e poi, a ridosso della morte, un cambiamento verso la fede che salva.

Molto astuto! Ma è giusto?
È possibile? Dio si lascia trattare così?

Ed ora siamo giunti alla nostra parabola dei lavoratori nella vigna.
Ce ne sono che lavorano dal mattino, altri da mezzogiorno e altri ancora arrivano poco prima della fine della giornata; e tutti ricevono la medesima paga.
È giusto?
Ci sono persone che, fin dalla gioventù, dedicano la vita al regno di Dio, impegnandosi per gli altri e tenendosi saldi alla loro fede.
E poi ci sono altri, crapuloni che passano di gozzoviglia in gozzoviglia, che non si curano del Buon Dio e che solo poco prima della fine trovano la fede e pregano Dio di perdonarli. Entrambi diventano beati.
Qui ci sono discepoli e seguaci, uomini e donne, che fanno insieme con Gesù tutto il cammino, lasciando casa e famiglia e stravolgendo la propria vita.
E poi c’è questo criminale, inchiodato alla croce come Gesù che, all’ultimo momento, dice: “Signore, ricordati di me, quando sarai nel tuo regno”. Entrambi vanno in paradiso.
È giusto?
Questa domanda è sullo sfondo della nostra parabola e non se la posero solo i seguaci di Gesù, in quel tempo; continua a porsi fino ad oggi.

Nessun’altra parabola suscita tante discussioni come quella degli operai nella vigna.
“Ma è ingiusto!”, protestano già gli alunni delle elementari. E qualche socialista vi ha scorto un fondamento biblico di un nuovo modello di società:
“Paga uguale per tutti“, indipendentemente dalla prestazione.

Ma attenzione, cara Comunità: questa storia di Gesù parla del regno di Dio, non della nostra politica.
“Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa…”: così comincia la parabola.
Non comincia con “Tra voi dovete fare così…”.

Parabole; tutte le parabole vogliono farci scoprire qualcosa di Dio e della sua signoria. Il loro contenuto non invita automaticamente all’imitazione. Le narrazioni delle parabole non sono automaticamente modelli sociali ed istruzioni per l’uso.
Nessuno di noi nasconderà un tesoro nei campi.
Nessun figlio deve prima scacciare il padre.
Nessuna damigella della sposa si rifiuterà di condividere l’olio della sua lampada.
Nessuna vedova perderà un soldo.
E nessuno di noi vuol essere una pecora o erbaccia tra le spighe di grano.
Le parabole prendono la vita umana, spesso troppo umana, ad immagine dell’agire di Dio.

Le parabole vogliono farci capire com’è Dio.
E chi capisce come Dio agisca, capisce anche come si debba agire in prima persona, perché si capisce chi si è.

E pertanto la nostra parabola della vigna non vuole dire come il datore di lavoro debba dare la paga o quanto a lungo si debba essere impiegati come lavoratori; ma vuole dire come Dio agisce verso di noi.
Vuole scuotere le nostre idee di giustizia, idee vigenti e profondamente radicate. Di esse, nella parabola della vigna ne spiccano tre:

1. Pacta sunt servanda
I patti vanno rispettati.
Chi rompe i patti, agisce ingiustamente.
Quel che il padrone della vigna concorda al mattino con gli operai, dev’essere mantenuto. L’accordo è per un denaro d’argento.
Questa era l’idea di giustizia dominante di primo mattino. Ma alla sera, quando la paga viene data, ci si aspetta qualcosa di affatto diverso dalla giustizia. Quando il padrone fa pagare a tutti lo stesso, e si badi bene che ciò avviene secondo contratto!, nasce la maretta. Perché, adesso, quelli che hanno lavorato un’ora soltanto ricevono la medesima paga di quelli che hanno sgobbato tutto il giorno.
Quelli che avevano lavorato fin dal mattino, vedendo che gli operai che hanno lavorato un’ora erano pagati con un denaro, avevano sperato che la loro paga fosse aumentata in proporzione.
Ma questo sarebbe stato contrario al patto concluso!
Il fatto che il padrone abbia mantenuto la promessa fatta viene considerato motivo di accusa.
Pacta sunt servanda?
È giusto?

Ciò che era stato giusto al mattino, vale a dire l’osservanza dei patti, alla sera è sostituito da un altro principio,
che è il secondo:

2. Uguale per uguale.
Uguale paga per uguale prestazione.
Questo principio è illuminante per ognuno, plausibile per tutti.
Si paga secondo prestazione. Chi lavora il doppio, riceve anche paga doppia. Chi lavora meno, riceva una paga inferiore.
Dove arriveremmo, se la paga fosse indipendente dalla prestazione?
La prestazione deve valere la paga.
La qualità ha il suo prezzo.
Paghiamo volentieri un po’ di più per un buon pasto al ristorante; ma se dobbiamo pagare uno sproposito per un pasto scadente, ci arrabbiamo parecchio.
Prezzo e prestazione, paga e prestazione devono essere proporzionati
Quest’idea è profondamente interiorizzata dentro di noi. E già da bambini cominciamo presto a calcolare con precisione e padroneggiamo il calcolo delle proporzioni già prima di studiare matematica.
“Se mio fratello riceve questo in regalo, allora io devo ricevere questo.”
“Se mia sorella, che ha 9 anni, può restare alzata fino alle 8, allora io, che ho 7 anni, posso restare alzato fino…”
“Se mio fratello, allora, poteva restare fuori già fino a mezzanotte, allora io ho diritto di star fuori almeno fino alle…”
Conosciamo ragionamenti di tal genere; anche noi ne abbiamo fatti.
Il problema è il calcolo.
Il padrone della vigna vuol essere generoso.
Ma non può essere generoso, se tale generosità non corrisponde ai nostri calcoli.
La generosità viene distrutta dall’entrata in gioco del calcolo.

3. Suum cuique
E allora, si è di continuo sottolineato che, in questa parabola, tutti i lavoranti ricevono un denaro d’argento. È quanto occorre a un padre di famiglia per nutrire i familiari per un giorno.
Quindi, tutti hanno ricevuto tanto quanto era loro necessario per sopravvivere.
Il padrone, quindi, indipendentemente dalla durata del lavoro, aveva in mente il sostentamento, la provvidenza per gli operai.
Ecco il terzo principio di giustizia:
Suum cuique: a ciascuno il suo.
Un principio antico, augusto, già perseguito dagli antichi Romani.
Gli Hohenzollern lo misero nel loro stemma.
A ciascuno il suo: è un motto nobile, ma di cui è anche possibile fare terribile abuso. I nazisti lo fecero scrivere sull’entrata del KZ di Buchenwald:
Jedem das, was ihm zusteht: a ciascuno quel che gli spetta.
E noi possiamo solo provare dei brivi, chiedendoci che cosa significhino queste domande:
Che cosa spetta, allora, a ogni singolo individuo?
Quel che gli conferisce la razza?
Quel che ha dato come prestazione?
Quel che gli arreca un aspetto grazioso o il suo talento?
Quello di cui ha bisogno?
Ci vengono le vertigini, se vogliamo compitare fino alla fine questo principio.
E arriveremmo di certo ai nostri limiti se giocassimo gli uni contro gli altri i tre predetti principi di giustizia, che caratterizzano la nostra parabola della vigna e la nostra vita: fedeltà ai patti, “uguale per uguale” e “a ciascuno il suo”.

La parabola della vigna ci mostra che le nostre idee usuali di giustizia possono essere portate alle estreme conseguenze, se sono poste come assolute.
La parabola ci mostra che l’ostinato attaccamento ai principi non va scambiato con la giustizia.
La parabola vuole dirci che, alla fine, non sono regole e calcoli a salvarci e a sostenere e mantenere il nostro esserci, ma è Dio sovrano, che ama.
Le nostre giustizie umane non di rado sono in concorrenza tra loro e reclamano un giustizia superiore, che, per fortuna!, è in altre mani.
La sua bontà giunge fino all’estremità del cielo, la sua verità fin dove arrivano le nuvole (Sl 36).

Non perché sia di manica larga e non perché la bontà faccia aggio sulla giustizia. No! Ma perché Dio è talmente grande da aver cura egli stesso che la sua giustizia sia adempiuta e che il nostro fallimento e il nostro arrivare troppo tardi siano bilanciati sulla giusta via della vita.

Questo ci porta, adesso, in conclusione, ad un’altra immagine adatta alla meditazione_
alla Croce, alla raffigurazione del Crocifisso.
È esteticamente bello? Era giusto? Non manda in frantumi le nostre idee vigenti di bene e male, di castigo meritato e di trionfo del giusto?
Sono domande che, oggi, faremo oggetto di ulteriore riflessione.

Questa scossa del nostro sentimento di giustizia, comunque, non vuole essere distruttiva, ma salutare.
Come ha scritto in versi, in modo impareggiabile, parlando della Croce, Christian Fürchtegott Gellert:
Orgoglio e merito Iddio mi leva,
m’abbatte_e poi su fino_a sé m’eleva;
per gioia mia, mi fa’, da suo nemico,
suo amico. (EG 91, 6).
Amen.

I Lettura: Geremia 9, 22-23

22 Di’: «Così parla il SIGNORE: / “I cadaveri degli uomini cadranno / come letame sull’aperta campagna, / come un mannello che il mietitore si lascia indietro, / e che nessuno raccoglie”».
23 Così parla il SIGNORE: / «Il saggio non si glori della sua saggezza, / il forte non si glori della sua forza, / il ricco non si glori della sua ricchezza.»

II Lettura: Filippesi 2, 12-13

12 Così, miei cari, voi che foste sempre ubbidienti, non solo come quand’ero presente, ma molto più adesso che sono assente, adoperatevi al compimento della vostra salvezza con timore e tremore; 13 infatti è Dio che produce in voi il volere e l’agire, secondo il suo disegno benevolo.