Marco 12, 28-34
28 Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene, si avvicinò e gli
domandò: «Qual è il più importante di tutti i comandamenti?» 29 Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta,
Israele: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. 30 Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore,
con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”. 31 Il secondo è questo: “Ama il tuo
prossimo come te stesso”. Non c’è nessun altro comandamento maggiore di questi». 32 Lo scriba gli
disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto secondo verità, che vi è un solo Dio e che all’infuori di lui non ce n’è
alcun altro; 33 e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l’intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo
come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto con
intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo.
Cara Comunità,
non abbiamo inventato la nostra fede. Non abbiamo prodotto con i nostri pensieri come Dio possa
apparire. Non abbiamo cominciato da zero, riguardo alla nostra idea di Dio. No: come cristiani, noi tutti
siamo entrati nella fede dei nostri padri e madri. La nostra immagine di Dio non è un prodotto nostro, ma
è plasmata da quanto ci è stato tramandato dai nostri predecessori.
La mia idea di Dio non è nata a tavolino o riflettendo, ma ascoltando quel che altri hanno detto prima di
me. Non ho inventato il mio Dio. Egli non è un’invenzione, una proiezione di un desiderio individuale, ma
era ed è sempre prestabilito rispetto a me. Certo, tutto questo non dimostra che Dio esista davvero e che
non sia un’invenzione. Se io non l’ho inventato, allora l’hanno fatto quelli che sono stati prima di me;
magari, nei tempi oscuri, cosiddetti “pre-scientifici”. Così direbbero gli atei. E i critici aggiungerebbero:
un’immagine di Dio arcaica, tradizionale, accettata in modo acritico è peggiore di un’immagine di Dio
sviluppata da soli.
No; la nostra fede ereditata, antica, plasmata non è prova dell’esistenza di Dio, ma è comunque
un’indicazione che ci distoglie da noi stessi, quando si tratta dell’idea di Dio.
Non siamo noi ad aver definito il nostro Dio. Non siamo noi ad averlo scoperto e ad aver descritto i suoi
tratti caratteristici. Non siamo noi ad aver conferito alla nostra fede colore e splendore.
Tutto questo l’abbiamo trovato prestabilito e l’abbiamo ripreso. Non possiamo vantarcene. Quest’idea, che
è una prima idea, importante, della Domenica d’Israele, ci insegna modestia e umiltà.
Umiltà e gratitudine verso i nostri padri e madri nella fede; verso coloro che ci hanno trasmesso la fede;
verso gli apostoli e i testimoni che l’hanno testimoniata nella Sacra Scrittura, portandola fino a Roma e
oltre; ma, soprattutto, e in modo speciale oggi, verso il popolo d’Israele, la cui antichissim esperienza di
fede e la cui sapienza costituiscono il fondamento della nostra immagine di Dio.
Noi cristiani non cominciamo per così dire da zero, con Gesù e gli apostoli, ma costruiamo su ciò che era
stato prima, per mezzo del Dio d’Israele e Padre di Gesù Cristo. Paolo non si stanca di dirlo. Pur con tutte
le rotture profonde e conflittuali che la fede in Cristo reca con sé nei confronti dell’ebraismo, anche nel
caso di Paolo, Paolo afferma con umiltà:
“Per quanto concerne il vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l’elezione,
sono amati a causa dei loro padri; perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili.” (Rm 11, 28-29).
Come cristiano,“non insuperbirti contro i rami“, cioè gli ebrei; “ma se ti insuperbisci, sappi che non sei
tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.“ (Rm 11, 18)
Non siamo e non abbiamo noi la radice della nostra fede, ma l’abbiamo trovata data nella fede antica,
provata dalla Storia e dal dolore, di Israele.
Questa radice non solo l’abbiamo trovata già data considerandola, dopo lungo esame, in qualche modo
buona; ma è vero che questa radice ci “porta”, come dice Paolo. Questa radice è talmente forte e
importante da essere non solo parte della nostra fede, ma da esserne il fondamento.
L’unico Dio d’Israele, la sua Parola e le sue azioni, la sua natura e la sua attenzione amorevole verso
l’umanità costituiscono la base di tutto ciò in cui crediamo e che insegniamo.
Gesù non si distacca da questa fede antica, tramandata, ma la porta al suo compimento. Quando, forse per
metterlo alla prova, gli fu domandato quale fosse il comandamento più importante, rispose:
“Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo
cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”. Il secondo è questo: “Ama il
tuo prossimo come te stesso”.
Gesù, qui, offre in modo preciso quel che possiamo chiamare il cuore dell’Antico Testamento.
Se fosse stato domandato noi quale sia il comandamento più importante, avremmo magari pensato ai
Dieci Comandamenti e ne avremmo scelto uno. “Non uccidere” è, per la maggior parte, oggi, il
comandamento più importante. Gesù non sceglie tra i Dieci Comandamenti d’Israele né prende una delle
innumerevoli prescrizioni dell’Antico Testamento. No; sceglie la professione di fede centrale d’Israele, che
il pio ebreo recita ogni giorno; un testo sacro, che, per diffusione, può forse essere paragonato al nostro
Padre nostro. “Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo
con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”.
Questo comandamento, che si trova nel Deuteronomio, non è in concorrenza con i Dieci Comandamenti:
li riassume. Congiuntamente al comandamento di amare il prossimo, ne costituisce l’essenza.
“Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo
cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”.
Queste parole non sono solo comandamento, ma anche professione di fede, perché, in forma
massimamente concisa, dicono di che cosa è fatta la fede d’Israele, e quindi anche la nostra. Qui si
nominano due pilastri fondamentali, senza i quali la nostra idea di Dio non sarebbe pensabile.
I
Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore.
C’è un solo Dio. Chiamiamo questo monoteismo, e poi tutto ci sembra chiaro. Ci sono diverse religioni
monoteiste. Ci sono diverse culture antiche in cui si sviluppò l’idea che ci fosse un solo Dio a tenere
insieme il mondo nel suo intimo.
Gli Egizi ebbero di queste correnti di pensiero e anche i grandi filosofi greci, nonostante il loro ricco
mondo pieno di dei, ritenevano che, in effetti, dietro a tutto questo ci fosse una sola causa, un solo
principio, un solo senso.
Riguardo a ciò erano d’accordo anche, se vedo bene, anche i due grandi antipodi: Platone e Aristotele, che
Raffaello, qui a Roma, dipinse al centro della sua “Scuola di Atene”.
Se questo universo non si frantuma fino a diventare irriconoscibile; se i princìpi universali sono
riconoscibili; se ci si può comprendere attraverso i millenni, allora deve esserci una sola causa,
dev’esserci un solo fondamento e non un numero infinito di essi.
L’antico Israele sviluppò un’idea di Dio notevolmente matura, frutto di riflessione profonda, sobria; tutto
questo, in un’epoca in cui i Romani onoravano ancora diverse divinità con differenti compiti. L’immagine
della nostra città lo mostra ancora oggi.
Il nostro versetto biblico proclama: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore.
È qualcosa di diverso da ciò che afferma il primo comandamento: “Non avrai altro Dio all’infuori di me”.
Israele non dice solo: ci sono molti dei, ma tu devi concentrarti su uno solo.
Israele dice: esiste un solo Dio. Tutti gli altri sono idoli e illusioni.
Questa fede, allora, era audace. E quel che io ho presentato come convincente, sul piano filosofico, e, per
me, imprescindibile, al giorno d’oggi viene di nuovo contestato.
Il monoteismo viene criticato. Il grande egittologo tedesco Jan Assmann vede nelle religioni
monoteistiche tendenze pericolose verso l’intolleranza e la violenza. Chi conosce un solo Dio vuole che
anche gli altri riconoscano quest’unico Dio. Chi non parte dal presupposto che esistano diversi dei non
vuole nemmeno che ci siano altre religioni.
Per noi, è subito chiaro che una cultura politeista, cioè una cultura che conosca molti dei, permetta più
molteplicità. Detto in modo semplice: se ci sono diversi dei uno accanto all’altro, allora ciascun può avere
la propria divinità, quale che sia la sua forma. Ciascuno ha la propria immagine di Dio e il proprio culto
religioso, comunque appaia.
E un’idea analoga si addice anche alla corrente culturale della nostra epoca, che promuove molteplicità e
apertura. Ogni culto religioso e ogni idea di Dio sono preziosi e la loro coesistenza è auspicabile.
La fede coerente d’Israele nell’unico Dio, che è anche la fede della Chiesa, si trova nello spazio come un
masso erratico che non si lascia classificare così facilmene nella molteplicità delle religioni.
Non dice soltanto: “Io credo soltanto nel mio unico Dio e gli altri possono credere ciò che vogliono.” Dice
anche: “C’è soltanto quest’unico Dio. Tutte le altre immagini e idee di Dio sono nulle.”
Questo aspetto universale, e sempre di nuovo anche polemico, della nostra fede non dobbiamo tralasciarlo
o nasconderlo.
La fede, se è sincera, ha sempre a che fare con la questione della verità. E se il nostro Dio non copre solo
una verità parziale, ma è il fondamento e la meta universali di tutto ciò che è se sarà, allora egli
dev’essere l’unica verità.
E sì, c’è una storia atroce e cruenta delle religioni monosteiste, che vuole affermare la loro fede come
unica valida. Il cristianesimo, in molte epoche, non si è peritato riguardo a questo.
Come agiamo verso la pretesa di verità della nostra fede? Come restiamo fedeli, con coraggio, all’unico
Dio, senza far violenza a fedeli di altre religioni?
Questa è una sfida formidabile per ogni cristiano della nostra epoca che non voglia essere stigmatizzato
come retrogrado e intollerante.
Ora, i nostri versetti dell’Antico Testamento non parlano solo di un monoteismo chiaro e sterile e asciutto,
ma ci fanno riconoscere anche un secondo principio importante della fede biblica.
II
Ama il Signore, Dio tuo.
Il nostro atteggiamento verso la divinità dovrebbe essere “amore”.
Non possiamo valutare mai sufficientemente tanto l’importanza di questo fatto. Non possiamo misurare
fino in fondo la forza formativa di questa parola, “amore”, per la relazione con Dio nella nostra religione.
I figli d’Israele devono “amare” il loro Dio.
Gli antichi Romani, cara Comunità romana, non amavano i loro dei. Li servivano. Offrivano loro sacrifici
per ben disporli verso di loro o per ottenerne qualcosa.
Questa è una relazione d’affari, ma non è amore.
I Greci pensavano Dio, ma non lo amavano.
Altre religioni definirebbero il loro atteggiamento verso la divinità come “ubbidienza” o “imitazione”.
Altre ancora, vedrebbero lo scopo della formazione religiosa nell’”atarassia” o nel “riposare in se stessi”’.
Il Dio d’Israele vuol essere amato: di cuore, in modo emotivo, appassionato, sincero, che mostra
debolezze.
Questa è una peculiarità tra tutte le religioni.
Noi dobbiamo amare Dio.
Anche il cristianesimo moderno fa fatica a pronunciare questa frase. Fin dall’Illuminismo, specie in
ambito protestante, non sta bene parlare dell’amore di Dio.
Si crede in Dio, si pensa Dio, ci si mantiene fedeli a Dio. Ma amare Dio, non si vuole più farlo: troppo
concreto, troppo emotivo, troppo poco riflessivo.
In Germania, in ogni ambito si diventa laconici, quando si tratta di amore.
Quando al Presidente federale, Gustav Heinemann, una volta, fu domandato se amasse la Germania, la
risposta fu: “amo mia moglie”.
L’amore, dunque, è qualcosa che riguarda le relazioni interpersonali, non le cose astratte, grandi, culturali
e tanto meno il buon Dio.
Qui i tedeschi si dimostrano volentieri essere illuminati, sobri e distaccati. In Italia, si parla d’amore più
spesso. Troppo spesso, forse. Questo si adatta all’immagine stereotipata dei sudeuropei anche troppo
guidati dalle emozioni.
Chi ama fa conoscere il suo cuore, diventa vulnerabile e di parte. Giusto. Ma non è a questo prezzo che si
può ottnere il Dio d’Israele.
Se guardiamo bene, vediamo anche che il comandamento centrale dell’Antico Testamento, qui citato da
Gesù, non parla di amore ingenuo, guidato dalle emozioni, ma ha un’immagine d’amore ambiziosa, sul
piano psicologico.
“Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con
tutta la forza tua.”
L’amore non è fatto di sentimenti scatenati che sopraffanno; l’amore, invece, include tutte le sfaccettature
della personalità umana: il cuore, l’anima, il raziocinio, la volontà.
L’amore, nel senso inteso dalla Bibbia, è atteggiamento che include tutte le dimensioni umane: il
sentimento, ma anche il pensiero critico, la volontà, l’azione e l’autoaccettazione.
Non mi sembra tanto che dobbiamo togliere il concetto di amore dalla fede e dalla cultura; penso invece
che dobbiamo riempire il concetto logoro di “amore” di più nel senso inteso dalla nostra Bibbia.
Amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la ragione: a meritare queto non è solo il nostro Dio,
ma sono anche le molte altre creature intorno a noi.
Il Dio d’Israele e il Padre di Gesù Cristo vogliono essere amati. Questo profilo della nostra fede dovrebbe
risultare in modo più chiaro.
Non siamo una religione della sottomissione, del sacrificio di sé o del puro pensiero: siamo una religione
dell’amore per Dio e per gli esseri umani.
Il nostro mondo e la nostra vita quotidiana conoscono regole e statistiche e massime a sufficienza. Ciò di
cui il nostro mondo avrebbe bisogno sarebbe passione genuina, unita a senso e ragione; in altre parole,
amore.
E, per il modo in cui rappresentiamo la nostra fede universale, questo significa: non cedere, ma
testimoniare; non imporre con la forza, perché ciò contraddice il centro della fede, ma testimoniare con la
nostra vita.
Perché è vero: il Signore, nostro Dio, è il solo Signore. E noi possiamo ringraziare Dio che non sia solo
Israele ad ascoltare questo, ma che anche noi abbiamo ascoltato questa verità e che il mondo intero
ascolterà questa verità.
Dio non resta un Dio nazionale di un popolo, ma vuole che il mondo intero lo riconosca e lo trovi. Già
l’antico Israele ebbe questa visione (Is 2: Mi 4).
E in Gesù Cristo questa apertura si fa strada in tutto il mondo.
Se Gesù, come abbiamo sentito oggi, cita il Nuovo Testamento e porta a compimento la fede d’Israele,
allora, con ciò, non si fa riconoscere solo come parte di un popolo.
Gesù non si limita a credere soltato in quest’unico Dio d’Israele.
Lo testimonia, lo vive, appartiene a lui.
E, in tal modo, dimostra in modo inarrivabile che l’amore di Dio non è una strada a senso unico.
Non solo dobbiamo amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza.
Ma anch’egli ci ama, sotto questo aspetto, con tutte le conseguenze.
Passione e sofferenza inclusi.
L’amore autentico non esclude la sofferenza, ma ne tiene conto.
Gesù non si è limitato a parlarne. Ha amato il mondo fino alla fine.
Non per sostituire le parole antiche rivolte a Israele, ma per riempire a partire dal lato di Dio. Non
dovremmo amarlo, per questo, con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza?
Amen.Marco 12, 28-34
28 Uno degli scribi che li aveva uditi discutere, visto che egli aveva risposto bene, si avvicinò e gli
domandò: «Qual è il più importante di tutti i comandamenti?» 29 Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta,
Israele: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. 30 Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore,
con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”. 31 Il secondo è questo: “Ama il tuo
prossimo come te stesso”. Non c’è nessun altro comandamento maggiore di questi». 32 Lo scriba gli
disse: «Bene, Maestro! Tu hai detto secondo verità, che vi è un solo Dio e che all’infuori di lui non ce n’è
alcun altro; 33 e che amarlo con tutto il cuore, con tutto l’intelletto, con tutta la forza, e amare il prossimo
come se stesso, è molto più di tutti gli olocausti e i sacrifici». 34 Gesù, vedendo che aveva risposto con
intelligenza, gli disse: «Tu non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno osava più interrogarlo.
Cara Comunità,
non abbiamo inventato la nostra fede. Non abbiamo prodotto con i nostri pensieri come Dio possa
apparire. Non abbiamo cominciato da zero, riguardo alla nostra idea di Dio. No: come cristiani, noi tutti
siamo entrati nella fede dei nostri padri e madri. La nostra immagine di Dio non è un prodotto nostro, ma
è plasmata da quanto ci è stato tramandato dai nostri predecessori.
La mia idea di Dio non è nata a tavolino o riflettendo, ma ascoltando quel che altri hanno detto prima di
me. Non ho inventato il mio Dio. Egli non è un’invenzione, una proiezione di un desiderio individuale, ma
era ed è sempre prestabilito rispetto a me. Certo, tutto questo non dimostra che Dio esista davvero e che
non sia un’invenzione. Se io non l’ho inventato, allora l’hanno fatto quelli che sono stati prima di me;
magari, nei tempi oscuri, cosiddetti “pre-scientifici”. Così direbbero gli atei. E i critici aggiungerebbero:
un’immagine di Dio arcaica, tradizionale, accettata in modo acritico è peggiore di un’immagine di Dio
sviluppata da soli.
No; la nostra fede ereditata, antica, plasmata non è prova dell’esistenza di Dio, ma è comunque
un’indicazione che ci distoglie da noi stessi, quando si tratta dell’idea di Dio.
Non siamo noi ad aver definito il nostro Dio. Non siamo noi ad averlo scoperto e ad aver descritto i suoi
tratti caratteristici. Non siamo noi ad aver conferito alla nostra fede colore e splendore.
Tutto questo l’abbiamo trovato prestabilito e l’abbiamo ripreso. Non possiamo vantarcene. Quest’idea, che
è una prima idea, importante, della Domenica d’Israele, ci insegna modestia e umiltà.
Umiltà e gratitudine verso i nostri padri e madri nella fede; verso coloro che ci hanno trasmesso la fede;
verso gli apostoli e i testimoni che l’hanno testimoniata nella Sacra Scrittura, portandola fino a Roma e
oltre; ma, soprattutto, e in modo speciale oggi, verso il popolo d’Israele, la cui antichissim esperienza di
fede e la cui sapienza costituiscono il fondamento della nostra immagine di Dio.
Noi cristiani non cominciamo per così dire da zero, con Gesù e gli apostoli, ma costruiamo su ciò che era
stato prima, per mezzo del Dio d’Israele e Padre di Gesù Cristo. Paolo non si stanca di dirlo. Pur con tutte
le rotture profonde e conflittuali che la fede in Cristo reca con sé nei confronti dell’ebraismo, anche nel
caso di Paolo, Paolo afferma con umiltà:
“Per quanto concerne il vangelo, essi sono nemici per causa vostra; ma per quanto concerne l’elezione,
sono amati a causa dei loro padri; perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili.” (Rm 11, 28-29).
Come cristiano,“non insuperbirti contro i rami“, cioè gli ebrei; “ma se ti insuperbisci, sappi che non sei
tu che porti la radice, ma è la radice che porta te.“ (Rm 11, 18)
Non siamo e non abbiamo noi la radice della nostra fede, ma l’abbiamo trovata data nella fede antica,
provata dalla Storia e dal dolore, di Israele.
Questa radice non solo l’abbiamo trovata già data considerandola, dopo lungo esame, in qualche modo
buona; ma è vero che questa radice ci “porta”, come dice Paolo. Questa radice è talmente forte e
importante da essere non solo parte della nostra fede, ma da esserne il fondamento.
L’unico Dio d’Israele, la sua Parola e le sue azioni, la sua natura e la sua attenzione amorevole verso
l’umanità costituiscono la base di tutto ciò in cui crediamo e che insegniamo.
Gesù non si distacca da questa fede antica, tramandata, ma la porta al suo compimento. Quando, forse per
metterlo alla prova, gli fu domandato quale fosse il comandamento più importante, rispose:
“Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo
cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”. Il secondo è questo: “Ama il
tuo prossimo come te stesso”.
Gesù, qui, offre in modo preciso quel che possiamo chiamare il cuore dell’Antico Testamento.
Se fosse stato domandato noi quale sia il comandamento più importante, avremmo magari pensato ai
Dieci Comandamenti e ne avremmo scelto uno. “Non uccidere” è, per la maggior parte, oggi, il
comandamento più importante. Gesù non sceglie tra i Dieci Comandamenti d’Israele né prende una delle
innumerevoli prescrizioni dell’Antico Testamento. No; sceglie la professione di fede centrale d’Israele, che
il pio ebreo recita ogni giorno; un testo sacro, che, per diffusione, può forse essere paragonato al nostro
Padre nostro. “Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo
con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”.
Questo comandamento, che si trova nel Deuteronomio, non è in concorrenza con i Dieci Comandamenti:
li riassume. Congiuntamente al comandamento di amare il prossimo, ne costituisce l’essenza.
“Ascolta, Israele: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore. Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo
cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua”.
Queste parole non sono solo comandamento, ma anche professione di fede, perché, in forma
massimamente concisa, dicono di che cosa è fatta la fede d’Israele, e quindi anche la nostra. Qui si
nominano due pilastri fondamentali, senza i quali la nostra idea di Dio non sarebbe pensabile.
I
Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore.
C’è un solo Dio. Chiamiamo questo monoteismo, e poi tutto ci sembra chiaro. Ci sono diverse religioni
monoteiste. Ci sono diverse culture antiche in cui si sviluppò l’idea che ci fosse un solo Dio a tenere
insieme il mondo nel suo intimo.
Gli Egizi ebbero di queste correnti di pensiero e anche i grandi filosofi greci, nonostante il loro ricco
mondo pieno di dei, ritenevano che, in effetti, dietro a tutto questo ci fosse una sola causa, un solo
principio, un solo senso.
Riguardo a ciò erano d’accordo anche, se vedo bene, anche i due grandi antipodi: Platone e Aristotele, che
Raffaello, qui a Roma, dipinse al centro della sua “Scuola di Atene”.
Se questo universo non si frantuma fino a diventare irriconoscibile; se i princìpi universali sono
riconoscibili; se ci si può comprendere attraverso i millenni, allora deve esserci una sola causa,
dev’esserci un solo fondamento e non un numero infinito di essi.
L’antico Israele sviluppò un’idea di Dio notevolmente matura, frutto di riflessione profonda, sobria; tutto
questo, in un’epoca in cui i Romani onoravano ancora diverse divinità con differenti compiti. L’immagine
della nostra città lo mostra ancora oggi.
Il nostro versetto biblico proclama: Il Signore, nostro Dio, è l’unico Signore.
È qualcosa di diverso da ciò che afferma il primo comandamento: “Non avrai altro Dio all’infuori di me”.
Israele non dice solo: ci sono molti dei, ma tu devi concentrarti su uno solo.
Israele dice: esiste un solo Dio. Tutti gli altri sono idoli e illusioni.
Questa fede, allora, era audace. E quel che io ho presentato come convincente, sul piano filosofico, e, per
me, imprescindibile, al giorno d’oggi viene di nuovo contestato.
Il monoteismo viene criticato. Il grande egittologo tedesco Jan Assmann vede nelle religioni
monoteistiche tendenze pericolose verso l’intolleranza e la violenza. Chi conosce un solo Dio vuole che
anche gli altri riconoscano quest’unico Dio. Chi non parte dal presupposto che esistano diversi dei non
vuole nemmeno che ci siano altre religioni.
Per noi, è subito chiaro che una cultura politeista, cioè una cultura che conosca molti dei, permetta più
molteplicità. Detto in modo semplice: se ci sono diversi dei uno accanto all’altro, allora ciascun può avere
la propria divinità, quale che sia la sua forma. Ciascuno ha la propria immagine di Dio e il proprio culto
religioso, comunque appaia.
E un’idea analoga si addice anche alla corrente culturale della nostra epoca, che promuove molteplicità e
apertura. Ogni culto religioso e ogni idea di Dio sono preziosi e la loro coesistenza è auspicabile.
La fede coerente d’Israele nell’unico Dio, che è anche la fede della Chiesa, si trova nello spazio come un
masso erratico che non si lascia classificare così facilmene nella molteplicità delle religioni.
Non dice soltanto: “Io credo soltanto nel mio unico Dio e gli altri possono credere ciò che vogliono.” Dice
anche: “C’è soltanto quest’unico Dio. Tutte le altre immagini e idee di Dio sono nulle.”
Questo aspetto universale, e sempre di nuovo anche polemico, della nostra fede non dobbiamo tralasciarlo
o nasconderlo.
La fede, se è sincera, ha sempre a che fare con la questione della verità. E se il nostro Dio non copre solo
una verità parziale, ma è il fondamento e la meta universali di tutto ciò che è se sarà, allora egli
dev’essere l’unica verità.
E sì, c’è una storia atroce e cruenta delle religioni monosteiste, che vuole affermare la loro fede come
unica valida. Il cristianesimo, in molte epoche, non si è peritato riguardo a questo.
Come agiamo verso la pretesa di verità della nostra fede? Come restiamo fedeli, con coraggio, all’unico
Dio, senza far violenza a fedeli di altre religioni?
Questa è una sfida formidabile per ogni cristiano della nostra epoca che non voglia essere stigmatizzato
come retrogrado e intollerante.
Ora, i nostri versetti dell’Antico Testamento non parlano solo di un monoteismo chiaro e sterile e asciutto,
ma ci fanno riconoscere anche un secondo principio importante della fede biblica.
II
Ama il Signore, Dio tuo.
Il nostro atteggiamento verso la divinità dovrebbe essere “amore”.
Non possiamo valutare mai sufficientemente tanto l’importanza di questo fatto. Non possiamo misurare
fino in fondo la forza formativa di questa parola, “amore”, per la relazione con Dio nella nostra religione.
I figli d’Israele devono “amare” il loro Dio.
Gli antichi Romani, cara Comunità romana, non amavano i loro dei. Li servivano. Offrivano loro sacrifici
per ben disporli verso di loro o per ottenerne qualcosa.
Questa è una relazione d’affari, ma non è amore.
I Greci pensavano Dio, ma non lo amavano.
Altre religioni definirebbero il loro atteggiamento verso la divinità come “ubbidienza” o “imitazione”.
Altre ancora, vedrebbero lo scopo della formazione religiosa nell’”atarassia” o nel “riposare in se stessi”’.
Il Dio d’Israele vuol essere amato: di cuore, in modo emotivo, appassionato, sincero, che mostra
debolezze.
Questa è una peculiarità tra tutte le religioni.
Noi dobbiamo amare Dio.
Anche il cristianesimo moderno fa fatica a pronunciare questa frase. Fin dall’Illuminismo, specie in
ambito protestante, non sta bene parlare dell’amore di Dio.
Si crede in Dio, si pensa Dio, ci si mantiene fedeli a Dio. Ma amare Dio, non si vuole più farlo: troppo
concreto, troppo emotivo, troppo poco riflessivo.
In Germania, in ogni ambito si diventa laconici, quando si tratta di amore.
Quando al Presidente federale, Gustav Heinemann, una volta, fu domandato se amasse la Germania, la
risposta fu: “amo mia moglie”.
L’amore, dunque, è qualcosa che riguarda le relazioni interpersonali, non le cose astratte, grandi, culturali
e tanto meno il buon Dio.
Qui i tedeschi si dimostrano volentieri essere illuminati, sobri e distaccati. In Italia, si parla d’amore più
spesso. Troppo spesso, forse. Questo si adatta all’immagine stereotipata dei sudeuropei anche troppo
guidati dalle emozioni.
Chi ama fa conoscere il suo cuore, diventa vulnerabile e di parte. Giusto. Ma non è a questo prezzo che si
può ottnere il Dio d’Israele.
Se guardiamo bene, vediamo anche che il comandamento centrale dell’Antico Testamento, qui citato da
Gesù, non parla di amore ingenuo, guidato dalle emozioni, ma ha un’immagine d’amore ambiziosa, sul
piano psicologico.
“Ama dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua, con tutta la mente tua, e con
tutta la forza tua.”
L’amore non è fatto di sentimenti scatenati che sopraffanno; l’amore, invece, include tutte le sfaccettature
della personalità umana: il cuore, l’anima, il raziocinio, la volontà.
L’amore, nel senso inteso dalla Bibbia, è atteggiamento che include tutte le dimensioni umane: il
sentimento, ma anche il pensiero critico, la volontà, l’azione e l’autoaccettazione.
Non mi sembra tanto che dobbiamo togliere il concetto di amore dalla fede e dalla cultura; penso invece
che dobbiamo riempire il concetto logoro di “amore” di più nel senso inteso dalla nostra Bibbia.
Amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la ragione: a meritare queto non è solo il nostro Dio,
ma sono anche le molte altre creature intorno a noi.
Il Dio d’Israele e il Padre di Gesù Cristo vogliono essere amati. Questo profilo della nostra fede dovrebbe
risultare in modo più chiaro.
Non siamo una religione della sottomissione, del sacrificio di sé o del puro pensiero: siamo una religione
dell’amore per Dio e per gli esseri umani.
Il nostro mondo e la nostra vita quotidiana conoscono regole e statistiche e massime a sufficienza. Ciò di
cui il nostro mondo avrebbe bisogno sarebbe passione genuina, unita a senso e ragione; in altre parole,
amore.
E, per il modo in cui rappresentiamo la nostra fede universale, questo significa: non cedere, ma
testimoniare; non imporre con la forza, perché ciò contraddice il centro della fede, ma testimoniare con la
nostra vita.
Perché è vero: il Signore, nostro Dio, è il solo Signore. E noi possiamo ringraziare Dio che non sia solo
Israele ad ascoltare questo, ma che anche noi abbiamo ascoltato questa verità e che il mondo intero
ascolterà questa verità.
Dio non resta un Dio nazionale di un popolo, ma vuole che il mondo intero lo riconosca e lo trovi. Già
l’antico Israele ebbe questa visione (Is 2: Mi 4).
E in Gesù Cristo questa apertura si fa strada in tutto il mondo.
Se Gesù, come abbiamo sentito oggi, cita il Nuovo Testamento e porta a compimento la fede d’Israele,
allora, con ciò, non si fa riconoscere solo come parte di un popolo.
Gesù non si limita a credere soltato in quest’unico Dio d’Israele.
Lo testimonia, lo vive, appartiene a lui.
E, in tal modo, dimostra in modo inarrivabile che l’amore di Dio non è una strada a senso unico.
Non solo dobbiamo amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza.
Ma anch’egli ci ama, sotto questo aspetto, con tutte le conseguenze.
Passione e sofferenza inclusi.
L’amore autentico non esclude la sofferenza, ma ne tiene conto.
Gesù non si è limitato a parlarne. Ha amato il mondo fino alla fine.
Non per sostituire le parole antiche rivolte a Israele, ma per riempire a partire dal lato di Dio. Non
dovremmo amarlo, per questo, con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente e con tutta la forza?
Amen.